Camillo di Christian RoccaStrage a Baghdad, triangolo sunnita fuori controllo. Paradossi e debolezze della dottrina americana

 

New York. La dottrina di George W. Bush sul cambio di regime ha fatto emergere un paradosso. Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq perché, dopo l’attacco subito l’11 settembre, hanno pensato fosse necessario destituire i dittatori degli Stati del mondo arabo e islamico che condividevano il medesimo progetto politico di al Qaida o che aiutavano, finanziavano e ospitavano terroristi. In soli 18 mesi, applicando questa dottrina, Bush ha abbattuto due regimi. Il paradosso è il seguente: caduto Saddam Hussein, l’America di Bush non riesce ad applicare la dottrina buona per l’Afghanistan e per l’Iraq alle città di Fallujah e Samarra. Nel pieno del triangolo sunnita, infatti, si sono insediati terroristi arabi e seguaci di Saddam e i fondamentalisti hanno instaurato un regime talebano governato dalla sharia, la legge islamica. L’esercito americano non è mai entrato nelle due città da dove partono gli attentati contro le truppe, i civili e gli occidentali. Potrebbe farlo, ma non lo fa. Bush cerca una soluzione più cauta, non vuole rischiare di colpire gli abitanti, guida una guerra "sensibile" che ogni tanto mostra i muscoli, ma non troppo. Ora c’è chi comincia a chiedersi se la strategia funzioni, visto che questa sacca di instabilità ha ripercussioni su tutto l’Iraq, come dimostrano gli attentati di ieri: un’autobomba a Baghdad e un commando armato a Baquba (60 morti e un centinaio di feriti) hanno colpito gli sforzi americani di costruire un corpo di polizia iracheno in grado di garantire la stabilità. Bush ieri ha ribadito che l’addestramento delle forze dell’ordine locali continuerà, perché possano difendersi da soli "contro quei pochi che vogliono bloccare le speranze dei molti". Ma un sondaggio Opinion Dynamics/Fox svela che il 39 per cento degli americani crede che l’Amministrazione Bush "non sia abbastanza aggressiva" contro i terroristi. Il 25 per cento sostiene che Bush stia facendo bene, il 12 non sa rispondere e soltanto il 24 pensa che sia stato troppo aggressivo. Questo spiega probabilmente il recente calo di John Kerry: mentre la maggioranza degli americani critica Bush per non essere sufficientemente duro, il candidato democratico ha sfidato il presidente con gli argomenti del 24 per cento degli americani. (continua a pagina quattro)(segue da pagina uno) George Bush sperava che con il trasferimento dei poteri, la formazione del governo provvisorio, il coinvolgimento dell’Onu e la prospettiva elettorale, gli insorgenti sunniti perdessero argomenti per continuare a combattere "l’occupante americano". Non è successo, anzi gli attacchi sono aumentati perché la cosiddetta resistenza è islamista, non vuole solo cacciare gli stranieri, come qualcuno continua a credere, ma si batte per evitare che l’Iraq diventi uno Stato democratico. Il loro obiettivo è quello di imporre la legge islamica.
Fallujah e Samarra al momento restano in mano a terroristi e fondamentalisti mentre americani e iracheni hanno scelto una strategia attendista, rotta di tanto in tanto da qualche attacco ai rifugi dei terroristi che però provocano vittime tra i civili.
Il New York Times ha raccontato che qualsiasi cosa si faccia si rischia comunque di sbagliare e, ovviamente, a 50 giorni dal voto Bush deve cercare di sbagliare il meno possibile. Ma più gli americani attendono più crescono la popolarità dei terroristi e l’odio antiamericano nelle due città. Se, invece, entrassero nelle due città ci sarebbe il rischio concreto di un bagno di sangue.
David Brooks, ieri sul NYT, ha scritto che oggi il dibattito sull’Iraq non è più tra falchi e colombe, ma tra falchi gradualisti e falchi che vogliono affrontare subito i terroristi. I primi sono quelli tentati dal modello Najaf, i secondi sostengono che attendere complicherebbe le cose. Brooks, che è un neocon moderato, incrocia le dita e punta su una lenta ma salda pressione sugli insorgenti.
Fareed Zakaria, direttore di Newsweek international, opinionista mai tenero con Bush, mette in guardia sul pericolo di una tale scelta. La "strategia sciita" applicata a Najaf nei confronti di Moqtada al Sadr è difficile che funzioni con i sunniti. Intanto gli sciiti hanno appoggiato l’invasione americana in Iraq, poi a differenza dei sunniti hanno un leader religioso, l’ayatollah al Sistani, e non solo ce l’hanno ma è impegnato a impedire che Sadr rovini il cammino verso le elezioni. Applicarla a Falluja è un’opzione comprensibile ma rischiosa. L’idea è quella di escludere le città del triangolo sunnita dal voto previsto all’inizio del prossimo anno e poi, una volta che sarà in grado, affidare la questione all’esercito iracheno. A questo proposito gli americani hanno deciso di destinare alle forze di sicurezza irachene parte dei soldi inizialmente previsti per la costruzione di acquedotti e infrastrutture.
Secondo Zakaria escludere i sunniti dal processo elettorale potrebbe causare la guerra civile, quella che fin qui non c’è mai stata, nonostante tutte le pessimistiche previsioni. Curdi e sciiti, cioè la stragrande maggioranza del paese, non hanno mai provato a unirsi con i ribelli saddamiti né con i terroristi. La popolazione sunnita ancora oggi è in buona parte neutrale, ma se si sentisse tagliata fuori dal nuovo Iraq potrebbe affiancare la guerriglia, a quel punto la battaglia che dovrà condurre il nuovo esercito iracheno non sarà più soltanto contro i terroristi, ma etnica.

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