Camillo di Christian RoccaTimes Square, valigetta, 500 mila morti in un istante. Un clintoniano spiega perché un attacco nucleare è inevitabile, ma prevenibile

New York. "Un attacco nucleare contro l’America è inevitabile", dice Graham Allison al Foglio. Allison è professore alla John F. Kennedy School of Government dell’università di Harvard e ha lavorato alle strategie del Pentagono durante le Amministrazioni Clinton. Ha scritto un libro, già segnalato nei giorni scorsi dal Foglio, "Nuclear Terrorism. The ultimate preventable catastrophe", presentato lunedì al Council on Foreign Relations di fronte all’élite giornalistica e finanziaria di New York.
La tesi è la seguente: i nostri nemici fanno sul serio, noi siamo vulnerabili, le bombe nucleari ci sono, gli strumenti per costruirle sono a loro disposizione, le frontiere americane sono un colabrodo: quindi pensare a un attacco nucleare non è una riflessione sul "se" accadrà, ma su "quando" accadrà. "Anche voi italiani e voi europei ­ spiega Allison ­ correte lo stesso pericolo. Il loro primo obiettivo siamo noi americani, ma poi ci sono gli inglesi e gli europei in generale. Se i terroristi che hanno già colpito Madrid avessero avuto a disposizione un’arma nucleare è evidente che l’avrebbero usata. Così come sono certo che i ceceni non esiterebbero a far esplodere un’atomica a Mosca. Non ho particolari informazioni precise sull’Italia, ma nessuno può dirsi al sicuro".
Allison spiega che una bomba di fabbricazione sovietica da 10 kiloton fatta esplodere a mezzogiorno a Times Square, nel centro di New York, provocherebbe istantaneamente mezzo milione di morti, più centinaia di migliaia di altre vittime in seguito ai crolli e agli incendi. Nel raggio di venti isolati non rimarrebbe in piedi assolutamente più niente, né mattoni né vite umane. Oltre, fino a poco più di un chilometro dalla detonazione, ci sarebbero altri morti, feriti, radiazioni ed edifici in fiamme. Lo scenario non è così inimmaginabile: nell’ottobre del 2001, la Cia aveva avuto segnalazioni di un progetto di al Qaida di far esplodere una bomba a Times Square.

"Gli israeliani sono molto bravi"
"Di cosa siano capaci i terroristi, lo abbiamo visto ­ dice Allison ­ Quale sia il loro obiettivo è scritto nei loro documenti. Bin Laden, dopo l’11 settembre, ha fatto sapere che il suo obiettivo è di uccidere almeno 4 milioni di americani ed ebrei, un numero che lui ricava dai morti in cinquant’anni di conflitto in Palestina, dalla prima guerra del Golfo, dalle sanzioni contro l’Iraq, dall’intervento in Somalia e dalla guerra in Afghanistan. E’ evidente che voglia mettere le mani su una bomba nucleare".
Alla domanda se sia facile ottenere o costruirsi un ordigno nucleare, Allison risponde di sì alla prima e di no alla seconda. Nell’ex Unione Sovietica ci sono tra le 30 mila e le 80 mila armi nucleari, malamente controllate e malamente conservate, dice. Nel 1991 l’attuale vicepresidente Dick Cheney disse: "Anche se i sovietici facessero un lavoro eccellente nel controllare il loro arsenale nucleare e anche se ottenessero un successo nel 99 per cento dei casi, rimarebbero almeno 250 bombe fuori controllo".
Nel 1997 il generale Alexander Lebed rivelò alla trasmissione americana "60 minutes" che 84 delle 132 bombe nucleari di "formato valigetta" in dotazione al Kgb sono scomparse. Si tratta di dispositivi nucleari in miniatura che possono essere fatti esplodere da una sola persona in trenta minuti e non necessitano né di codici segreti né di autorizzazioni da Mosca. Questo è il pericolo più grande, spiega Allison, considerando il fatto che è praticamente impossibile controllare tutti i porti e tutti gli aeroporti americani. Ogni giorno 30 mila camion, 6.500 vagoni ferroviari e 140 navi consegnano 50 mila container con oltre 500 mila oggetti al loro interno. Su sette milioni di container che arrivano ogni anno negli Stati Uniti, solo il 5 per cento viene aperto per ispezione. Dal Messico, ha raccontato Time, ogni anno entrano tre milioni di clandestini. I terroristi potrebbero usare anche altre tecniche: colpire le centrali nucleari americane, oppure acquistare l’uranio arricchito o il plutonio necessario per costruirsi in casa la bomba. "Sono materiali che non esistono in natura ­ dice Allison ­ ma la cattiva notizia è un’altra: in giro ce ne sono abbastanza".
"Una soluzione per prevenire questa catastrofe annunciata però c’è ­ continua Allison ­ e non è quella di trasferirsi in Midwest". Il punto centrale, che Allison spiega nella seconda parte del suo libro, è quello di negare ai terroristi l’accesso alle armi e al materiale nucleare. Per fare questo è necessario cambiare strategia e adottare la dottrina dei "tre no": no alle bombe in circolazione, no alle nuove bombe e no agli Stati nucleari". La Casa Bianca, secondo Allison, dovrebbe varare un piano prioritario e un’iniziativa diplomatica insieme con il presidente russo Vladimir Putin per rintracciare tutte le armi e i materiali nucleari in giro per il mondo al fine di metterli al sicuro. Il secondo punto è quello di impedire la creazione di altre armi nucleari. Allison ricorda che il "Trattato sulla non proliferazione nucleare è roba vecchia", al punto che non vieta agli Stati di produrre uranio arricchito e plutonio. Il terzo elemento della strategia di Allison è quello di non consentire ad altri paesi, cioè la Corea del nord e l’Iran, di diventare potenze nucleari. Bush sta sbagliando approccio, dice Allison, "non ha mai dichiarato guerra al nucleare". Da realista vecchio stampo, Allison sostiene che l’America non debba impegnarsi per cambiare il regime in Iran, ma piuttosto concentrarsi perché gli ayatollah abbandonino i progetti nucleari. Stesso atteggiamento sulla Corea del nord. Secondo il clintoniano Allison, le ricette dei neoconservatori sono ingenue: "Loro dicono che con il Male non si tratta, piuttosto lo si distrugge. Ma non funziona. L’America dovrebbe offrire un patto al regime di Pyongyang: se abbandonate il nucleare, vi lasciamo sopravvivere". Le sanzioni non sono sufficienti, conclude Allison, è necessario minacciare un intervento armato contro le centrali di produzione: "Gli israeliani sono molto bravi", conclude Allison, ma non dice come si fa in Corea, dove il VII Cavalleggeri con la stella di David non c’è.