Tucson (Arizona). Il senatore repubblicano John McCain è l’eroe nazionale dell’Arizona, lo Stato del deserto, dei cactus, dell’immigrazione clandestina e del terzo dibattito presidenziale tra George W. Bush e John Kerry, questa sera all’Università di Tempe sui temi della politica interna. "Mezzogiorno di fuoco tra Bush e Kerry", titolava domenica il principale giornale dello Stato, The Arizona Republic, quasi a sottolineare che qui siamo nel "wild wild west" dove la gente non dibatte ma si batte, fa poche chiacchiere e fa sul serio.

Fin quando McCain è sembrato tiepido con Bush, i democratici hanno fatto un pensierino sui 10 voti elettorali che saranno assegnati al vincitore delle elezioni in Arizona. Nel 2000 Bush vinse con poco più di sei punti di vantaggio su Al Gore. Con McCain schieratissimo è difficile che Kerry possa farcela: gli ultimi sondaggi danno il presidente in vantaggio netto, con un minimo di cinque e con un massimo di nove punti.

Entrambi i partiti hanno ridotto al minimo l’investimento pubblicitario e, finito il dibattito, non torneranno più nello Stato. L’Arizona ha sempre votato repubblicano dal 1952 a oggi, con la sola eccezione del 1996, quando Bill Clinton fu rieletto sconfiggendo Bob Dole.

E’ fatta, dunque, per Bush? Non è detto. Due anni fa Janet Napolitano, democratica, è stata eletta governatore, e in questi anni l’Arizona è cambiata molto, "e non solo perché ora parlano tutti veloce come a New York", dice al Foglio lo storico di Tucson, James Griffith, cappello da cowboy, bastone, barba incolta, varie escoriazioni sulle braccia e un viso da un "Pugno di dollari".

Prima della seconda guerra mondiale L’Arizona era uno Stato a larga maggioranza democratica, ma, negli anni Cinquanta, è diventato il paradiso dei vecchi valori americani, una specie di Florida dell’ovest, dove molti pensionati ricchi si sono trasferiti per godersi il clima, gli spazi, l’ambiente e una nuova idea di Stato, con un settore pubblico inesistente e l’assenza di regolamentazione economica e finanziaria.

L’eroe del nuovo far west era Barry Goldwater, senatore, candidato presidenziale, fondatore dei repubblicani d’Arizona nonché padre della rivoluzione conservatrice degli anni Sessanta, che si affermò con Ronald Reagan vent’anni dopo. Oggi la popolazione è cresciuta in modo imponente, passando dai 700 mila del dopoguerra ai 3 milioni e mezzo del 1990, fino agli oltre 5 milioni del 2000.

Dopo il Nevada, l’Arizona è lo Stato d’America con la più alta crescita di abitanti, attirati dall’industria tecnologica (Motorola, Honeywell, Raytheon, Intel e Avnet) e dalle tasse molto basse. Resta uno Stato pioniere di molte idee iper liberiste, come la possibilità di scelta del tipo di educazione per i figli e, addirittura, l’istituzione di un’università "for-profit", a Phoenix, che affitta spazi a imprese e organizza corsi di formazione per adulti.

Le scelte della comunità locale prevalgono su tutto: a Youngtown e a Superstition Heights, cittadine vicine alla repubblicana Phoenix, hanno deciso che la residenza permanente può essere concessa solo ai maggiori di 55 anni, mentre i bambini e i ragazzi fino a 18 anni hanno il permesso di soggiorno di soli tre mesi.

Il numero dei pensionati oggi però è diminuito, i giovani sono in crescita e un flusso continuo di immigrati dal Messico ha cambiato la faccia dell’Arizona. Gli ispanici sono il 25 per cento della popolazione e storicamente tendono a votare in quanto comunità.

John Garcia, dell’Università dell’Arizona, ed Elizabeth Gonzalez-Gann, presidente della Camera di commercio di Tucson, spiegano al Foglio come a poco a poco il tradizionale attaccamento dei latinos al partito democratico si sia eroso, in coincidenza con il loro maggior coinvolgimento nella società americana. Tendenzialmente, dicono, i latinos oggi sono indipendenti, ma, in percentuale, restano il gruppo etnico che vota di meno in tutto il paese.

A Tucson, città a prevalenza democratica, non si parla d’altro che di immigrazione clandestina. A un’ora di jeep c’è Nogales, il confine colabrodo con il Messico. Fino al 1995 non è stato un problema, i messicani lo attraversavano, trovavano un impiego, mandavano i soldi a casa e il prima possibile rientravano in patria. "E’ cambiato tutto nel 1995 ­ dice il reverendo John Fife della Chiesa presbiteriana sud-occidentale di Tucson ­ quando la destra a Washington, come in Europa, ha trasformato l’immigrazione in un tema di propaganda politica. Gli immigrati sono diventati il capro espiatorio di tutti i problemi, una minaccia per il nostro sistema sanitario e così via. Bill Clinton volle dimostrare di essere in grado di poter controllare l’afflusso di illegali e così è iniziata la militarizzazione della frontiera. Il risultato è disastroso".

Il reverendo Fife ­ fisico asciutto, jeans, cinturone, stivali, pizzetto bianco alla Kit Carson (ma qui tutto sembra uscito da un fumetto di Tex Willer) e due condanne federali per aver aiutato immigranti messicani ad attraversare la frontiera ­ accusa più la destra repubblicana che Clinton, ma riconosce come il piano di Bush per la legalizzazione dei lavoratori illegali temporanei sia un grande passo in avanti, seppur di difficile realizzazione a causa dell’opposizione dei conservatori tradizionali.

Il punto è che prima del 1995 i messicani passavano il confine con tutta tranquillità, ora, con i muri costruiti vicino ai centri abitati e i controlli della polizia frontaliera, sono costretti ad attraversare il deserto: ogni anno sono almeno un milione i clandestini che ce la fanno a passare e poi a trovare un lavoro. Ma, dal ’95, sono stati registrati 3.500 morti, a fronte di nessuno prima della militarizzazione. E’ nato il business criminale dell’immigrazione e cominciano a formarsi squadre di vigilantes per tenere i messicani alla larga dalle proprietà. I clandestini, infatti, stremati dalla fame e dalla sete, appena avvistano un ranch entrano e fanno razzia.

Allentare i controlli alla frontiera, nell’America dell’11 settembre, è impossibile (Kerry, per esempio, accusa Bush di non proteggere a sufficienza i confini) e l’arrivo di illegali mediorientali dal Messico complica le cose. Ma la protesta si è trasformata in iniziativa politica.

Il 2 novembre, insieme con la scheda per la Casa Bianca, gli abitanti dell’Arizona voteranno la "Proposition 200", un referendum che impone ai latinos di provare la propria identità e prevede multe (e anche la galera) per i funzionari statali che non fanno rapporto di fronte a "sospetti clandestini" che cercano benefici pubblici o l’assistenza sanitaria gratuita.

Tutti gli eletti, tutte le istituzioni pubbliche e tutte quelle religiose dell’Arizona sono contro questa iniziativa giudicata razzista e dannosa e, tra l’altro, di impossibile attuazione. I sondaggi, però, danno la Prop 200 in grandissimo vantaggio. Ad agosto era del 75 per cento, ma il divario si va assottigliando.

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