Camillo di Christian RoccaOltre i dibattiti, ecco le strategie per get-out-the-vote

New York. Vuoi vedere Bush? D’accordo, ma prima fai tre ore di telefonate per convincere amici e conoscenti a votarlo. Vuoi sederti in prima fila o ricevere una foto autografa del presidente o della first lady? Ok, ma dimostra di esserti impegnato nella campagna elettorale. E’ la nuova frontiera della politica americana, questa. Dimenticatevi il dibattito di ieri notte, lasciate cadere le polemiche sugli spot e le scaramucce mediatiche tra il presidente e lo sfidante John Kerry. La verità è che mai come quest’anno alla Casa Bianca entrerà il candidato che avrà meglio organizzato l’esercito dei militanti porta-a-porta, che qui chiamano faccia-a-faccia o, più professionalmente, "multilevel marketing". Sono loro gli spot viventi di Bush e Kerry, i volenterosi militanti che rendono più umana un’elezione che sei mesi fa è entrata nei tinelli degli "Stati indecisi" sotto forma di spot televisivi e non ne uscirà prima del 2 novembre.
In un paese dove vota poco più del 51 per cento degli aventi diritto al voto, per vincere le elezioni presidenziali è fondamentale convincere più gente possibile ad andare a votare. Le tecniche della campagna per "get-out-the-vote" sono sofisticate e riescono a far convivere gli strumenti politici dell’era pretelevisiva ­ come il passaparola ­ con la tecnologia di Internet e i più elaborati sistemi di vendita studiati nelle università. Donald P. Green, professore a Yale e autore di un libro sull’argomento, ha detto al New York Times che "c’è un fondamentale principio nella psicologia sperimentale: la mano insegna al cuore, cioè il sostegno concreto che una persona dà a una campagna elettorale aiuta a solidificare il proprio impegno".
George W. Bush ha investito buona parte del budget in questa piramide che moltiplica i militanti guidata da Ken Mehlman e, nel cruciale sud, affidata a Ralph Reed, l’ex organizzatore della Christian Coalition. "Lì i repubblicani possono contare sulla struttura territoriale delle chiese", dice al Foglio l’editorialista John Podhoretz. Karl Rove, capo degli strateghi di Bush, da quattro anni è ossessionato dai quattro fantomatici milioni di cristiani evangelici che nel 2000 non si recarono alle urne. In teoria erano, e potrebbero essere, voti pro Bush. L’obiettivo è convincerli politicamente a non restare a casa, ma non basta. Serve anche un sistema capillare e piramidale che li corteggi fino all’ultimo minuto utile. Secondo il settimanale Newsweek, Rove vuole evitare anche di farsi trovare impreparato come capitò nel 2000, quando un misterioso personaggio della campagna di Al Gore, Michael Whouley, riuscì nel rush finale ad aumentare il numero degli elettori democratici e a superare i repubblicani di mezzo milione di voti (Bush perse il voto popolare ma vinse, con l’imprimatur della Corte Suprema, il conteggio dei grandi elettori). Whouley è di nuovo in sella con John Kerry, ma la campagna democratica sul territorio è profondamente diversa da quella di Bush. Ai comizi di John Kerry può partecipare chiunque, a differenza delle manifestazioni bushiane. Nei giorni precedenti un incontro elettorale con Bush, i repubblicani locali fanno compilare ai potenziali spettatori moduli con cui chiedono la disponibilità ad aiutare la campagna. Più il militante si impegna, o più coinvolge altre persone, maggiori sono i premi che riceve dalla campagna: posti in prima fila, fotografie con il presidente, lettere autografe dalla Casa Bianca, eccetera. Prima del comizio i militanti bushiani sono spesso invitati a fare un paio d’orette di telefonate nello scantinato dell’edificio dove poi parlerà il presidente. "Noi non chiediamo giuramenti, né teniamo la gente reclusa", replicano dal campo Kerry. In realtà c’è una profonda diversità di strategia tra i due. Kerry cerca di convincere gli indecisi, Bush si concentra sulla propria base, coinvolgendola nell’organizzazione e galvanizzandola. I democratici, racconta il New York Times, sono stupiti da questa scelta e si devono difendere da un’altra mossa dei bushiani. In Pennsylvania, uno Stato che se Bush riuscisse a strappare a Kerry significherebbe la riconferma quasi certa alla Casa Bianca, il presidente è già stato 40 volte, e ci tornerà. Kerry, invece, pare abbia rinunciato al Missouri.

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