Camillo di Christian RoccaVeterani per Bush

Henderson (Nevada). Il Centro numero 3848 dei "Veterani delle Guerre Estere" si trova a Henderson, città in rapida espansione a nord di Las Vegas, ed è presieduto dal comandante Tony Thomas, reduce della campagna in Vietnam. I veterani americani sono quasi tre milioni e si riuniscono in associazioni come questa per difendere i propri diritti e quelli delle famiglie delle vittime. Sono il gruppo più corteggiato dai politici americani, e in particolare dai candidati alla presidenza, perché hanno un’altissima percentuale di partecipazione al voto: il 95 per cento dei veterani registrati infatti si reca effettivamente alle urne, una percentuale superiore a quella di qualsiasi altra categoria. George Bush s’è candidato da comandante in capo di una nazione in guerra, John Kerry ha ricordato il suo passato da eroe in Vietnam per dimostrare di essere all’altezza del compito. Averli dalla propria parte significa aumentare di parecchio la possibilità di vincere in quegli Stati dove risiedono in gruppi consistenti, come in West Virginia, South Carolina, Missouri e, appunto, in Nevada, dove sono in 250 mila.
Un sondaggio di venerdì scorso ha svelato che oltre il 65 per cento dei militari americani (e delle loro famiglie) preferisce George W. Bush a John Kerry. Sebbene sia vietato sondare l’intenzione di voto dei militari in combattimento, l’inchiesta indipendente condotta dall’Università della Pennsylvania ha potuto rilevare che il 69 per cento ha un’opinione favorevole del presidente, mentre soltanto il 29 per cento ha la stessa impressione positiva di Kerry. La rivista dell’esercito "Military Times" ha valutato un margine ancora più alto, Kerry è sotto di 55 punti, 73 a 18, rispetto a Bush.
Il caporale dei marines, Nathan Mitchell, di ventuno anni, è appena tornato da un servizio di sei mesi in Iraq e conferma al Foglio la popolarità di Bush tra le truppe impegnate in medio oriente. "In tutte le discussioni politiche che facciamo emerge come in questi quattro anni Bush abbia dimostrato di essere un presidente che non ha paura di prendere decisioni. E noi che stiamo sul campo abbiamo bisogno di un comandante in capo che non esiti a fare scelte difficili nei momenti cruciali". Kerry, secondo il marine del Nevada, non darebbe le stesse garanzie dell’attuale presidente.
"Sappiamo già che cosa farà Bush in caso di rielezione ­ dice Nathan Mitchell ­ Vorrà vincere la guerra, pacificare l’Iraq e finire la missione. Invece Kerry, con il suo curriculum da senatore sempre attento agli umori della politica dà meno certezze". Il sondaggio e le parole del marine sono un brutto colpo per i giornali liberal della costa orientale, i quali da mesi raccontano di un grande scontento tra le truppe in Iraq costrette dalle difficoltà sul campo a turni più duri e a rotazioni meno frequenti, mentre nei giorni scorsi hanno dato molta enfasi alla storia di un soldato che in Iraq ha rifiutato di compiere la missione assegnatagli. "In realtà noi siamo interessati ad avere i mezzi necessari per vincere la guerra e per combattere in modo sicuro ­ dice il caporale Mitchell ­ All’inizio avevamo gli Humvee non corazzati, ed eravamo molto arrabbiati perché molti nostri compagni sono morti per questo motivo". E’ un argomento usato molto spesso da Kerry e John Edwards in campagna elettorale, ma nonostante ciò i due democratici non sono riusciti a convincere la maggioranza dei soldati americani, anche perché, pressati dal pacifista Howard Dean, entrambi hanno votato contro il sostegno finanziario alla missione in Iraq, dicendo "no" ai famosi 87 miliardi di dollari, 67 dei quali sono serviti proprio a fornire nuovi mezzi e nuovi strumenti alle truppe sul campo.
Mitchell critica la politica della Casa Bianca su un altro punto: "Dieci miei amici sono morti in combattimento e nessuno di loro ha ricevuto un trattamento da eroe. Di uno di loro ho saputo soltanto attraverso il giornale dei marines e quando sono andato a trovare la famiglia, mi è stato detto che nessuno ha saputo della sua scomparsa perché i giornali e le televisioni non fanno vedere né il ritorno delle bare né i funerali. Il mio amico è morto per questo paese, ha sacrificato la sua vita per gli Stati Uniti, ma nessuno lo sa. Ecco, vorrei cambiare questa cosa". Su questo punto i veterani di Henderson sono tutti d’accordo, su come votare il 2 novembre un po’ meno.
Ci sono veterani filo Kerry come il cappellano del Centro e i reduci più anziani, qualcuno anche della Seconda guerra mondiale. Sono orgogliosi di vivere in un paese che da 60 anni aiuta i popoli di tutto il mondo a liberarsi dalle dittature, ma oggi, senza ipocrisie, più che all’Iraq dicono di essere interessati alle questioni interne che li riguardano da vicino, come per esempio l’assistenza sanitaria.
Steve Sanson, veterano della prima guerra del Golfo, spiega questa differenza generazionale: "Noi più giovani abbiamo una famiglia e bimbi piccoli, quindi siamo più preoccupati rispetto ai nostri colleghi anziani. Noi sappiamo di aver bisogno di un paese più sicuro e preferiamo Bush perché, a differenza di Kerry e di altri presidenti del passato, ha capito che l’attacco dell’11 settembre è stato un atto di guerra, come già il rapimento degli americani a Teheran, le stragi alle ambasciate in Africa e gli attentati alle nostre basi e al cacciatorpediniere Uss Cole. Per sconfiggere i terroristi abbiamo bisogno di un leader con la spina dorsale, con un carattere fermo e deciso, non di uno che sbanda continuamente".
Richard Riestler, veterano del Vietnam, dice che "non esiste una guerra che non sia possibile vincere, ma il successo dipende dalla determinazione, dal finanziamento e dal sostegno alle truppe. Il Vietnam insegna che quando si combatte con l’occhio rivolto alla politica si va incontro a una sconfitta perché il nemico riconosce i tentennamenti e sfrutta la debolezza". Sanson, al contrario di quanto suggerisce il tam tam sotterraneo dei democratici (ieri Paul Krugman ha invitato i lettori del New York Times a non credere a Bush), è convinto che non sarà l’attuale presidente a reintrodurre la leva obbligatoria, bensì Kerry: "Parla sempre di esercito troppo piccolo, di forze speciali da raddoppiare, di truppe in Europa da non dislocare, di mancanza di soldati in Iraq, insomma se vorrà mantenere le promesse elettorali che ha fatto sarà costretto a introdurre la leva non volontaria".
Sia il marine appena tornato da Baghdad sia Sanson difendono la scelta dei generali americani di non aver usato tutta la forza militare per conquistare le città ribelli come Fallujah e Samarra: "Noi vogliamo liberare gli iracheni, non uccidere gli innocenti", dice Sanson. "E’ una scelta saggia quella di aspettare", conferma il caporale Mitchell, il quale è certo che lo sforzo di addestrare le nuove truppe irachene andrà in porto: "E’ ancora troppo presto per trarre un bilancio, ma anche noi siamo stati addestrati, perché loro non dovrebbero essere in grado?".
Sanson preferisce non commentare le accuse che i "Veterani per la Verità" hanno mosso a John Kerry riguardo il suo servizio da volontario in Vietnam, ma il principale motivo per cui non voterà il candidato democratico è proprio la testimonianza che nel 1971 il giovane soldato Kerry, diventato pacifista, fece al Senato. Questo è un ostacolo enorme anche per chi, tra i veterani del Centro di Henderson, vorrebbe sostituire Bush: "Per noi la cosa peggiore che un soldato possa fare al ritorno da una guerra ­ dice Sanson ­ è quella di accusare i propri compagni che sono ancora in combattimento e di usare queste accuse a fini politici. Kerry queste cose le ha fatte".

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter