Camillo di Christian RoccaLa sconfitta dei democratici

New York. La sconfitta di John F. Kerry apre una voragine dentro quel partito democratico che un tempo era il dominatore della politica americana. La crisi del centrosinistra d’oltreoceano risale al 1968. Da allora i democratici hanno vinto solo tre volte su dieci elezioni presidenziali, e solo grazie alle scorie di uno scandalo (il Watergate) e a uno straordinario politico centrista come Bill Clinton. La radicalizzazione della sinistra liberale negli anni del Vietnam ha allontanato via via intere fasce di elettori dal partito, quasi tutto il sud delpaese e gran parte del Midwest. Gli intellettuali neoconservatori nacquero in quel periodo e si staccarono dalla sinistra per trovare riparo a destra. Negli anni Ottanta emersero i "Reagan’s democrats", la working class che assieme alla pancia dell’America aveva sempre votato per il centrosinistra prima di sentire i propri diritti e i propri valori più tutelati dalla rivoluzione conservatrice e liberalpopolare di Ronald Reagan. Negli anni Novanta, infine, il partito democratico ha perso anche la maggioranza alla Camera e ora è in minoranza anche al Senato.

La cartina di tornasole di questo declino è stato l’anno 2000, quando il vice di Bill Clinton, Al Gore, non riuscì a entrare alla Casa Bianca nonostante l’America di Clinton (e Gore) avesse regalato otto anni di benessere economico, di surplus di bilancio, di ottimismo, di pace, di prosperità, di speranza, addirittura anche "la fine della storia". Tutto sembrava andare per il verso giusto, tanto più che l’erede designato di questo ben di Dio affrontava George W. Bush, un candidato provinciale, giudicato poco intelligente, impreparato, raccomandato e inadatto al ruolo. Vinse Bush, sia pure d’un soffio, e i democratici non si sono più ripresi. Anziché presentarsi da continuatore dell’era centrista di Clinton, Al Gore scelse di dare una curvatura liberal e di sinistra alla sua campagna, e finì male.
Clinton vinse perché a contrastare Bush padre c’era un terzo candidato di destra, Ross Perot, che prese il 20 per cento dei voti. Capita l’antifona, cioè la bilancia a destra del paese, il neopresidente governò subito dal centro, stando sempre attento a "triangolare", cioè a presentarsi da uomo della sintesi delle aspettative liberal e conservatrici del popolo americano. Clinton ha avuto successo soprattutto quando s’è avvicinato a destra, tagliando il bilancio, riducendo il peso dello Stato, firmando la legge in difesa del matrimonio, non aumentando le tasse, non abbracciando i trattati internazionali e così via. Con l’eccezione delle guerre buoniste in Bosnia, Kosovo e Haiti (che la destra non voleva) ogni volta che Clinton ha cercato di imporre la sua visione di sinistra (i gay nell’esercito e la riforma sanitaria) ha sempre fallito.
Le elezioni di midterm del 2002 hanno confermato questa tendenza conservatrice degli Stati Uniti, e ora è arrivata quest’altra sconfitta "nel voto più importante della nostra vita", nonostante uno sforzo organizzativo e finanziario mai visto.

Clinton o Edwards?
C’è da chiedersi che cosa succederà ora ai democratici. John Kerry s’è battuto bene, è apparso presidenziale e, infine, anche abbastanza coerente nel messaggio, ma gli è mancata la "vision thing", come si diceva ai tempi di Clinton, cioè non ha offerto né una strategia né un sogno agli elettori americani. Non era stato scelto per questo, in realtà. Era stato scelto perché sembrava il più eleggibile contro Bush. E’ stato un eroe del Vietnam, e la cosa si pensava bastasse a convincere gli americani della sua affidabilità a occupare il ruolo di comandante in capo. Contemporaneamente è stato anche un eroe pacifista, Kerry. Insomma, era il leader democratico più facilmente digeribile dalle diverse anime del partito, anche per essere stato un po’ a favore di Iraqi Freedom e un po’ contro. Ma è andata come è andata. Ora parte la corsa per il 2008, quando Bush non potrà più candidarsi per il limite del doppio mandato. I democratici più di sinistra spiegheranno che Kerry ha perso perché non si è distinto a sufficienza dal presidente. I più centristi diranno il contrario, che ha perso perché non s’è liberato del suo snobismo da radical chic. In prima fila per raccogliere l’eredità di Kerry ora c’è il suo compagno di strada, John Edwards, giovane, brillante, positivo, efficace, del sud, ma rivelatosi un peso leggero in questa campagna elettorale. Poi c’è la senatrice di New York, la vera speranza dei liberal: Hillary Clinton, probabilmente la democratica che ha più faticato a mantenere una faccia triste per la sconfitta di Kerry. Due anni fa decise di rimandare la sua candidatura perché era certa, almeno quanto il Foglio, della riconferma di Bush. Tra quattro anni sarà un’altra partita, e si vedrà.

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