Camillo di Christian RoccaIl pulpito di vetro

Sono poche le cose da salvare dentro le Nazioni Unite, e tra queste ci sono le agenzie di aiuti umanitari. Svolgono compiti insostituibili, nonostante la gestione burocratica o ideologica dei loro funzionaricchi. La rivista scientifica The Lancet ha recentemente criticato la direttrice dell’Unicef per aver trasformato il Fondo per l’infanzia in un collettivo femminista che si occupa di salvaguardare i diritti delle bambine invece di aiutarle a sopravvivere. Siamo ancora in attesa, poi, dei risultati dell’inchiesta sul più grande scandalo di corruzione di tutti i tempi: i 21 miliardi di dollari di aiuti ai bimbi iracheni scomparsi sotto gli occhi degli uomini (e del figlio) del segretario generale, Kofi Annan. Nonostante tutto ciò, il grande sistema degli aiuti targato Onu è il più conveniente che ci sia ed è molto più che utile: sfama 100 milioni di persone l’anno, previene l’Aids, cura le malattie e affronta le calamità della Terra. Il motivo per cui le agenzie umanitarie non sono disastrose come il Consiglio di sicurezza o l’Assemblea generale è evidente: l’impegno degli Stati Uniti d’America. Il 22 per cento del budget dell’Onu, due miliardi e 900 milioni di dollari l’anno, è pagato da Washington (la Russia 1,2 per cento, la Cina 1,5). L’America paga il 57 per cento del bilancio del World Food Programme, il 33 per cento dei costi dell’Agenzia per i profughi, il 27 per cento delle spese di peacekeeping e più di metà dell’attività della Croce rossa. Quest’anno il governo americano ha donato 2 miliardi e 400 milioni di dollari in aiuti umanitari. Negli ultimi quattro anni, ha detto Colin Powell, gli Stati Uniti hanno donato più di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Dal 1945 nessun paese ha mai donato più degli Usa dentro l’Onu. Nelle prime ore successive al maremoto in Asia, Washington ha finanziato i soccorsi e gli aiuti con una prima e doppia tranche da 35 milioni di dollari, mettendo a disposizione aerei e le navi della marina militare. Nessuno s’è esposto tanto (Francia e Cina 34 volte di meno, la Russia 30). Eppure un burocrate norvegese dell’Onu, Jan Egeland, ha criticato la scarsa generosità, anzi l’avarizia, di quei leader americani (ed europei) che avrebbero il braccino corto perché impegnati a ridurre le tasse. Il funzionaricchio scandinavo annoti che, anche grazie a quelle politiche fiscali, i cittadini americani, privatamente, donano ogni anno al mondo 34 miliardi di dollari. Una decina di volte l’intero budget annuale delle Nazioni Unite.

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