Camillo di Christian RoccaPalazzo di Vetro

Le Nazioni Unite sono fallite. Bisognerebbe prenderne atto, dirlo chiaramente, non sprecare tempo in riforme e alchimie istituzionali che non potranno mai essere approvate e che non cambiano di una virgola la sostanza, che è questa: rispetto alle grandi questioni, cioè la guerra e la pace, l’Onu è un ente pressoché inutile, se non dannoso. E’ un’organizzazione che non ha mai funzionato oppure ha tradito lo spirito dei suoi fondatori e rinnegato i principi contenuti nella sua Carta. Le Nazioni Unite andrebbero ringraziate, poi salutate e infine chiuse, cancellate, archiviate. Ora voi direte: queste sono esagerazioni di un esagitato fogliante, pensieruccio neocon, propaganda bushiana, complotto della lobby ebraica, crociata degli evangelici fondamentalisti. Invece no. E’ la tesi, tra gli altri, di due autorevoli intellettuali liberal: Ivo Daalder della Brookings Institution, il serbatoio dei cervelli del partito democratico, e James Lindsay, vicepresidente del più autorevole e più istituzionalmente corretto centro studi americano, il Council on Foreign Relations. I due analisti, già autori di una seria critica della politica estera di Bush in un libro uscito nel 2003, hanno scritto un lungo articolo, pubblicato non dai giornali della cospirazione neocon ma dall’autorevole organo dell’establishment europeo, il Financial Times, nel quale spiegano che "è evidente, e in modo crescente, come le principali organizzazioni sulla sicurezza internazionale ­ l’Onu e la Nato ­ non siano all’altezza delle nuove sfide globali che stiamo affrontando. Le Nazioni Unite, da organizzazione pre Guerra fredda che si muove in un mondo post Guerra fredda, hanno combattuto vigorosamente per essere rilevanti ed efficaci".
Ci sono riuscite? No, non ci sono riuscite. Certo, c’è stato qualche successo, specie negli anni Novanta, ma soltanto ogniqualvolta hanno aiutato a mantenere la pace in situazioni dove le parti in conflitto avevano già deciso di non combattere (in Cambogia, a Timor est, in Salvador, in Mozambico, in Namibia). L’esperienza, scrivono i due analisti liberal, insegna che quando la pace non c’è, l’Onu non è in grado di crearla. L’inefficacia dell’Onu, al di là del tira e molla di 13 anni con Saddam e della corruzione nel programma petrolio-in-cambio-di-cibo, oggi è unanimemente riconosciuta.
L’elenco dell’irrilevanza e dei disastri è lungo, quasi infinito, e va dal non aver difeso già nel 1948 la propria risoluzione su Israele e su Gerusalemme fino all’approvazione della risoluzione 2.708 del 1970 che riconosceva il diritto all’uso del terrorismo per esercitare il diritto all’autodeterminazione con "ogni mezzo necessario a propria disposizione". Le Nazioni Unite non sono intervenute quando la Corea del Nord comunista invase quella del Sud, né in Cambogia. John Kennedy non perse tempo a consultarle quando decise il blocco navale di Cuba ai tempi della crisi missilistica. Lo stesso quando lui, e poi Lyndon Johnson, invasero il Vietnam. L’Onu è sempre stato avvertito a cose fatte, così come non ha contato nulla quando l’Unione Sovietica si prese l’Ungheria e la Cecoslovacchia e l’Afghanistan. Quando nel 1956 l’ultima richiesta d’aiuto via radio da Budapest era stata silenziata, l’Onu se la cavò con un documento che invitava il segretario generale a "indagare sulla situazione in Ungheria causata da un intervento straniero". Quando nel 1980 Saddam ha invaso l’Iran non c’è stata una condanna credibile. Ci sono stati colpi di Stati in mezzo mondo, sponsorizzati ora da Mosca ora da Washington, ma nessuno ricorda il ruolo delle Nazioni Unite. I massacri in Bosnia sono avvenuti sotto l’occhio non vigile dell’Onu. Per evitarne uno in Kosovo, Bill Clinton fece a meno dell’egida dell’Onu.
In alcuni casi non è stato soltanto irrilevante, ma ha contribuito a creare il disastro e a diffondere l’antisemitismo. Quando nel 1967 il dittatore egiziano Gamal Abdel Nasser, uno che non nascondeva di avere "l’obiettivo di distruggere Israele", chiese all’Onu di ritirare i caschi blu presenti nell’area, ottenne senza problemi quello che voleva, nonostante avesse già schierato 80 mila uomini e 550 carri armati al confine con Israele. Il genocidio ruandese è figlio diretto del ritiro delle truppe Onu da Kigali e delle scelte dell’allora capo del dipartimento delle operazioni di peacekeeping, Kofi Annan. L’11 gennaio del 1994 il generale belga che guidava il contingente Onu in Ruanda inviò un telex ad Annan nel quale si avvertiva che gli hutu erano pronti a "sterminare" i tutsi. Le fonti del generale avevano anche localizzato i depositi delle armi. Kofi Annan e il suo vice risposero al generale di non fare nulla, perché intervenire sarebbe stato "andare oltre il mandato dell’Onu". Quando gli hutu entrarono in città e massacrarono decine di migliaia di tutsi, e dieci soldati belgi, la risposta dell’ufficio di Annan al generale che comandava le operazioni di peacekeeping fu: "Dovete fare ogni sforzo per non compromettere l’imparzialità". Non aver "compromesso" l’imparzialità è costata la vita a 800 mila persone.
L’Onu dunque va cambiata. Tutti chiedono una riforma. Se ne parla da anni. Si parla da anni di diritto di veto, di Germania e di Giappone nel Consiglio di sicurezza, di seggi a rotazione, di ruolo dell’Unione europea e tutto quanto. C’è chi vuole un’Onu più democratica, cioè più assembleare, tutti la vogliono più efficace, più adatta ai tempi, più, più, più. Nessuno però racconta i mille meno nel curriculum delle Nazioni Unite. Nessuno dice che una riforma, qualunque essa sia, e ammesso che riesca a trovare una maggioranza dei due terzi al Palazzo di vetro, dovrà poi essere ratificata nei paesi d’origine dai due terzi dei 192 Stati membri.
Il segretario generale Kofi Annan, ghanese e burocrate Onu di carriera, la cui carica ora è sull’orlo del disastro per gli scandali oil-for-food, ha nominato una commissione di esperti che nei giorni scorsi ha partorito un paio di proposte di riforma del Consiglio di sicurezza e, finalmente, una definizione del concetto di terrorismo. Lo sapevate, per esempio, che le Nazioni Unite, fin qui, non sono mai riuscite a trovare un accordo, non dico sulla lotta al terrore, ma sulla semplice definizione di terrorismo? Queste proposte, accompagnate dalla fanfara dei grandi giornali, le avete già lette: tre seggi permanenti in più, oppure sei eccetera. Fuffa. Non si tratta di uno sprezzante giudizio dei pericolosi neocon. E’, ancora una volta, pensiero e parola dei due apprezzati analisti liberal, Daalder e Lindsay: "Proposte di riforma come queste non vanno al cuore dei problemi che affliggono l’organizzazione. Sono i suoi principi fondativi a essere obsoleti".
Per dirne una, e soltanto una, la riforma di Annan affronta uno dei più scandalosi malfunzionamenti dell’Onu, la composizione della commissione sui Diritti umani, in un modo che non potrà far altro che peggiorare la situazione. Oggi sono elettivi i membri della commissione che in teoria dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti umani. Ma con un’Assemblea a maggioranza di regimi che quei diritti non rispettano, capita che paesi come gli Stati Uniti non raggiungano il quorum e che la Libia diventi presidente della commissione. I saggi di Annan, anziché proporre un criterio semplice semplice, secondo cui possono far parte della Commissione soltanto i paesi che rispettano i diritti umani, ha proposto l’allargamento universale. Così tutti, compresi Iran e Corea del Nord, potranno dire la loro e allentare il rispetto dei diritti umani.
Le Nazioni Unite sono state fondate nel 1945 dalla coalition of the willing dei paesi che avevano dichiarato guerra al nazismo, più l’imbucata Francia. Sono nate in un mondo che, subito dopo, è cambiato radicalmente non appena l’occidente s’è reso conto che il gigante sovietico faceva partita a sé. La Guerra fredda ha congelato l’Onu. In quegli anni l’Onu non ha funzionato e il Consiglio di sicurezza si riuniva raramente. Caduta l’Unione Sovietica e, come diceva Francis Fukuyama, apparentemente "finita la storia", per un momento è sembrato che il ruolo dell’Onu potesse davvero diventare quello di governo del mondo e di difesa della pace e della sicurezza. Il presidente americano George Bush (padre) cominciò a parlare di "nuovo ordine mondiale" e il Consiglio di sicurezza improvvisamente iniziò a lavorare in armonia. L’invasione irachena del Kuwait fu prontamente condannata e si trovò, per la prima volta nella storia dell’Onu, un accordo per una mobilitazione internazionale contro un dittatore espansionista. E’ durato poco. Le Nazioni Unite non hanno impedito, anzi forse hanno facilitato, la strage di 7 mila persone a Srebrenica con il lasciapassare allo sterminio che il comando francese delle Nazioni Unite e le truppe olandesi diedero alle squadracce di Ratko Mladic.
Questi fallimenti e le relative stragi a un certo punto convinsero l’Amministrazione Clinton a intervenire, a cercare di far funzionare l’Onu secondo il progetto originario. Ci riuscì? No, non ci riuscì. Per intervenire in Kosovo, a salvaguardia preventiva della popolazione musulmana di etnia albanese, l’America fu costretta a fare da sola con l’aiuto di un pugno di volenterose nazioni europee e dell’Alleanza militare atlantica.
Il record di fallimenti e di tradimenti dello spirito fondativo dell’Onu, però, non impedisce a molte persone, specie in Europa, di continuare a vedere questo Moloch burocratico e inefficace e disastroso come la panacea di tutti i mali, come lo spirito santo che detta legge, come la Cassazione suprema. E’ come se l’egida dell’Onu fosse un segno divino da aspettare, accettare e non discutere mai, invece che, più semplicemente, il marchio di una decisione che ciascuno dei 192 governi membri contribuisce a prendere. Le decisioni possono essere giuste o sbagliate, possono essere rispettose della Carta fondamentale dell’organizzazione oppure discostarsene. Ma il punto è che troppo spesso si sono discostate da quei principi. Un libro, appena uscito in America, scritto dall’ex ambasciatore israeliano al Palazzo di vetro, Dore Gold, fa un’inconfutabile rassegna dei tradimenti della Carta dell’Onu. Il titolo è "The tower of babble", la Torre della chiacchiera a vanvera, che in inglese fa assonanza con la torre di "Babel", di Babele.
Le Nazioni Unite erano un’idea americana, lo strumento ideato per promuovere i valori e i principi americani su scala globale. Gli architetti dell’Onu erano uniti dall’aver fatto la guerra alla Germania nazista, l’archetipo del male assoluto del ventesimo secolo. Stati Uniti, Urss, Cina e Gran Bretagna e gli altri 47 paesi fondatori "erano determinati a trovare una via per prevenire quel tipo di aggressione che ha condotto alla Seconda guerra mondiale ed erano fermamente impegnati a proteggere i diritti umani, avendo così recentemente assistito agli orrori dell’Olocausto". L’Onu nacque in un momento di straordinaria "moral clarity", di chiarezza morale, in cui i fondatori seppero distinguere senza se e senza ma tra l’aggressione dei nazifascisti e il loro ruolo di liberatori. Come scrive Gold, seppero distinguere "tra bene e male", nonostante l’ingenuità iniziale sull’Unione Sovietica. Ma l’idea era così forte che quando l’Onu approvò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, i sovietici e i sauditi, fortemente contrari, non ebbero il coraggio di votare contro, ma si astennero. Già nel 1974 non era più così. Yasser Arafat parlò all’Assemblea generale con la pistola ben visibile sulla fondina legata alla divisa militare. In quell’occasione Arafat disse: "Stiamo anche esprimendo la nostra fede nella battaglia politica e diplomatica che è complementare e migliorativa della lotta armata". Tra gli applausi, concluse: "Le Nazioni Unite di oggi non sono più le Nazioni Unite del passato". Arafat aveva ragione: "La chiarezza morale ­ scrive Gold nel suo libro ­ è stata sostituita con il relativismo morale". Gente che ha massacrato centinaia di migliaia di persone, come il dittatore ugandese Idi Amin, viene accolta da applausi a scena aperta e con lui anche il capo dell’organizzazione terrorista Hezbollah e ogni dittatore possibile e immaginabile. La condanna della pratica di fare ostaggi (1979) prevede un’eccezione per chi lotta contro l’occupazione straniera "nell’esercizio del diritto di autodeterminazione". Il diritto a usare la "lotta armata" e "tutti i mezzi a disposizione" è stato ribadito nell’82 con la risoluzione 37. Insomma, nel corso degli anni l’Onu anziché condannare il terrorismo ha sempre trovato il modo di giustificarlo come una legittima forma di espressione politica.
Oggi è cresciuto a dismisura il ruolo delle dittature. Insieme agiscono come blocco e sono riuscite a egemonizzare i lavori e le decisioni dell’Assemblea. Lo standard morale si è abbassato fino a essere travolto del tutto, specie sotto la gestione "imparziale" di Kofi Annan. Nel 1994 il leader del regime islamico del Sudan ha spiegato che l’Onu non poteva criticare il diritto del suo paese ad amputare, crocifiggere e decapitare i detenuti. Nel 1993, secondo i dati della Freedom House fondata da Eleanor Roosevelt, solo 75 paesi su 184 erano democrazie, il resto erano dittature. Oggi il gruppo dei 114 paesi non allineati, che vota come blocco e che è composto quasi esclusivamente da regimi autocrati, è a un passo dall’avere la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea. Vale a dire che le dittature sono il gruppo più influente nella macchina Onu. E’ ridicolo definire le Nazioni Unite come "la comunità internazionale", perché per essere una comunità è necessario condividere valori comuni, come nel 1948. Oggi non è più così. Ecco perché nel 1948 Unione Sovietica e Arabia Saudita non andarono oltre l’astensione mentre oggi il blocco afro-asiatico non ha problemi ad argomentare che il concetto di diritti umani è un’invenzione del liberalismo occidentale. Sarà anche vero, e lo è, ma allora che senso ha continuare con questa finzione? L’Onu oggi è irremidibilmente il paradiso delle dittature perché le sue condanne morali, quando le fa, possono avere un’influenza soltanto sugli Stati democratici, non hanno alcun effetto sui regimi dove il concetto di "opinione pubblica" non esiste.
L’Amministrazione Clinton ha avviato una nuova strada, quella dei caucus democratici, un tentativo di riunire i paesi democratici in un comitato interno all’Onu che possa controbilanciare il peso dei regimi dittatoriali. Il governo italiano è stato partecipe di questo processo, soprattutto per merito del lobbying del Partito radicale transnazionale. L’obiettivo è la Comunità delle democrazie o, come la chiamano altri, l’Alleanza delle democrazie, cioè un’organizzazione di tipo nuovo di cui facciano parte solo i paesi democratici. E’ l’uovo di Colombo, se ci pensate. E’ la nuova istituzione internazionale che potrebbe sostituire le dittature unite che oggi paralizzano l’Onu e diffondono il caos nel mondo. L’idea è sostenuta dai clintoniani e dai bushiani, mette insieme liberal e conservatori ed è l’alternativa multilaterale all’America che fa da sé. Puntare sulle democrazie è la riforma vera, quella più radicale, l’unica in grado di far rivivere lo spirito e la chiarezza morale dei padri fondatori dell’Onu.

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