Camillo di Christian RoccaTerza coalizione ad hoc in due anni, lo tsunami travolge anche le Nazioni Unite

Milano. "Non mi scocciate con questa stronzata delle Nazioni Unite", diceva ai suoi consiglieri diplomatici il rude Richard Nixon, cioè il presidente americano che senza curarsi di che cosa ne pensasse l’Onu firmò la pace con il Vietnam, normalizzò i rapporti con i sovietici, riallacciò con la Cina e avviò i negoziati arabo-israeliani. Il presidente John F. Kennedy si fidava così poco delle Nazioni Unite che quando autorizzò l’invasione della Baia dei Porci non si curò di informare né il Consiglio di sicurezza né il suo ambasciatore all’Onu, Adlai Stevenson, esponendolo a una storica figuraccia davanti al mondo.
Nonostante le apparenze George W. Bush ha avuto fin qui un approccio molto più conciliante con il Palazzo di Vetro. Avrebbe potuto ignorarlo, farne a meno, ridurlo a ente inutile, specie dopo che il Consiglio di sicurezza aveva deciso di non dare seguito alla sua stessa risoluzione, la diciassettesima, quella che dava "l’opportunità finale" al regime di Saddam e che prevedeva "gravi conseguenze" per la "violazione materiale" della numero 1.441. Ma non lo ha fatto. Bush, piuttosto, con una "coalizione dei volenterosi" formata per l’occasione, il giorno dopo la liberazione di Baghdad è subito tornato all’Onu, invece che procedere da solo. Prima ha ricevuto la legittimazione dell’occupazione (risoluzione 1.483), poi il riconoscimento del governo provvisorio e l’invio di una missione dell’Onu (1.500) e, infine, il calendario del processo democratico ed elettorale (1.511). Nel 2003, dunque, Bush ha salvato due volte la credibilità dell’Onu, prima facendo seguire i fatti agli impegni presi dalle Nazioni Unite, perché "quando l’Onu promette gravi conseguenze, devono seguire gravi conseguenze". Infine coinvolgendo il Palazzo di Vetro in Iraq. Se non lo avesse fatto, l’Onu sarebbe rimasto fuori dal processo di democratizzazione del medio oriente e quindi condannato all’irrilevanza politica nell’area.
Il maremoto nell’Asia meridionale, come ha ben spiegato ieri Gianni Riotta in un editoriale sul Corriere della Sera, rischia di essere ancora più grave per Turtle Bay, la baia sull’East River di New York dove ha sede il Palazzo di Vetro. Potrebbe addirittura segnare la fine delle Nazioni Unite e l’avvio di un nuovo sistema di relazioni internazionali. I funzionari dell’Onu, infatti, hanno colto al balzo l’occasione del disastro umanitario per dilettarsi nel loro sport preferito: accusare l’America, nello specifico di "avarizia" rispetto al dramma dello tsunami.
La risposta di George W. Bush e degli altri paesi donatori è stata quella di creare un’altra coalizione ad hoc per il coordinamento degli aiuti, sul modello dei volenterosi che hanno liberato l’Iraq. Senza l’Onu, dunque. Questa volta non è stata sancita soltanto l’inefficacia politica delle Nazioni Unite, cioè la famigerata incapacità di difendere la pace e la sicurezza. La scelta di Bush e degli alleati stavolta indebolisce quell’insostituibile fetta delle attività dell’Onu che nessuno ha mai avuto il coraggio di contestare: la macchina delle agenzie, dei programmi e dei fondi umanitari che rappresenta l’80 per cento del budget delle Nazioni Unite.

La Proliferation Security Initiative
Non è ripicca, ma un nuovo modello d’azione internazionale. E’ la terza volta che succede nel giro di un anno e mezzo. La leadership americana ha organizzato prima la liberazione dell’Iraq e subito dopo anche la Proliferation Security Initiative, la coalizione dei paesi preoccupati di fermare la corsa alle armi di distruzione di massa degli Stati ostili all’occidente. Dentro, tra gli altri, ci sono Gran Bretagna, Italia e anche la Francia.
Ma con la coalizione dei soccorsi in Asia, guidando prima gli aiuti e poi la ricostruzione, l’America di Bush (e di Clinton) "si sovrappone", ha scritto Riotta, "come simbolo benefico, ai caschi blu dell’Onu".
Per gli Stati Uniti, l’operazione "unified assistance" è un’occasione per mostrare la benevolenza del suo popolo, un formidabile strumento contro il fondamentalismo antiamericano diffuso in Asia. Guidare l’assistenza, dunque, arrivare in Asia come il Settimo Cavalleggeri è una strategia contro il terrorismo, ha scritto Maurizio Molinari sulla Stampa. Mentre per Kofi Annan sarebbe soltanto un’occasione per riscattarsi dopo lo smacco iracheno, gli scandali sessuali e la corruzione del programma Oil for food. Anche i liberal americani ora invocano la chiusura dell’Onu e l’apertura di una nuova Lega delle Democrazie. Fin qui per le Nazioni Unite valeva la definizione degli anni Settanta pubblicata dal Times di Londra: "Sono la più grande organizzazione del mondo dotata del più piccolo numero di denti". I denti sono sempre di meno, e altre piccole organizzazioni ad hoc crescono.

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