Camillo di Christian RoccaLa casta automobilistica ha un re, è di sinistra e non crede ai gas serra

New York. Il club dei buoni, l’editorialista figo e il re della casta automobilistica sono i personaggi di una formidabile storia americana che mescola bella politica, buoni sentimenti e interessi speciali. Il club dei buoni è il Sierra Club, il più antico gruppo ambientalista americano, fondato nel 1892 e impegnato in questi giorni a salvare la Terra dai gas inquinanti emessi dalle dispendiose automobili americane. L’editorialista figo è Thomas Friedman del New York Times, l’ideologo liberal dell’America buona che si erge a leader della globalizzazione economica, democratica ed ecologica, oltre che gran sostenitore dell’obbligo per le aziende automobilistiche di migliorare l’efficienza e il consumo di benzina (in gergo “Cafe”, Corporate average fuel economy). L’orco cattivo è John Dingell, deputato democratico di ottantuno anni, cinquantadue dei quali passati a Capitol Hill. “Big John”, presidente della Commissione Energia della Camera, è il decano del Congresso di Washington, dove è stato eletto per 26 volte consecutive nel collegio di Detroit, la città conosciuta come Motown o Motor City perché sede dei tre grandi colossi automobilistici: General Motors, Ford e DaimlerChrysler. Prima di lui, il deputato è stato John Dingell senior, suo padre, eletto undici volte fino al giorno della sua morte. Insieme, Dingell padre e figlio rappresentano a Washington la città dei motori da 74 anni. Dingell è un vecchio liberal con tendenze socialdemocratiche, noto per la tenacia con cui si batte per la sanità pubblica, ma anche per le sue venature conservatrici riguardo ad aborto, caccia e porto d’armi. Nel 1945, era stato scelto per partecipare alla prima invasione del Giappone, ma poi fu “salvato”, come ricorda lui stesso senza concessioni al politicamente corretto, dalla decisione di Harry Truman di sganciare l’atomica su Hiroshima. Il suo curriculum ambientalista è perfetto, ma non fino al punto da condividere l’idea di far pagare soltanto all’industria automobilistica la più remunerativa campagna politica di questi tempi, quella contro il global warming.
(segue dalla prima pagina) John Dingell sostiene che le leggi debbano innanzitutto servire a qualcosa, non a far finta di mostrarsi impegnati sul tema politico di moda. L’innalzamento forzoso degli standard di consumo delle automobili, secondo Dingell, non produrrebbe grandi benefici. Il deputato democratico non nasconde di essere di parte, del resto sarebbe difficile visto che i suoi principali finanziatori sono riconducibili a General Motors, Ford e DaimlerChrysler, che lui stesso detiene azioni GM per oltre un milione di dollari e che sua moglie Debbie è senior executive della General Motors e vicepresidente della Fondazione GM.
Clive Crook, sul Financial Times di ieri, però ha spiegato perché Dingell ha ragione: le emissioni di gas nocivi di auto e camion leggeri rappresentano soltanto il 20 per cento del totale e le regole, già approvate dal Senato, riguarderebbero soltanto le vetture nuove. L’effetto iniziale sarebbe minimo. Nel corso degli anni avrebbero un impatto maggiore, ma è probabile che il maggior costo delle nuove automobili costringerebbe i consumatori a mantenere più a lungo i vecchi modelli. Allo stesso tempo, se guidare costerà di meno, è altrettanto possibile che la gente guiderà di più o spenderà le cifre risparmiate per comprare altre macchine o modelli più sportivi. Il costo di riconversione industriale delle aziende sarebbe altissimo e la previsione degli economisti della Brookings Institution è di un maggior costo di vendita delle vetture e di una diminuzione della produzione e dell’occupazione.
GM, Ford e Chrysler, insieme con i sindacati, sono mobilitati e affinano le attività di lobbying a Washington e di propaganda in giro per l’America, dove quest’estate hanno organizzato manifestazioni popolari in difesa dei posti di lavoro. Thomas Friedman li accusa di condurre una politica industriale suicida, perché non colgono l’occasione per ripianare il gap tecnologico con la Toyota e i competitor stranieri. Barack Obama ieri ha presentato il suo programma energetico che va nella direzione che piace a Friedman e dispiace a Detroit. Tra i mugugni del Partito democratico, Dingell sostiene che se si vuole affrontare sul serio il problema del surriscaldamento globale bisogna essere onesti con gli americani e spiegar loro che, per risolverlo, tutti dovranno pagare una quota. In poche parole: saranno necessarie tasse sulla benzina, sul carbone e sulle case grandi. “A quel punto saranno gli americani a dirci se l’idea piace o no”, ha detto cinicamente Dingell al Wall Street Journal.
    Christian Rocca

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