Camillo di Christian RoccaAll'Onu il governo Prodi vota per la strategia militare irachena di Bush e Cheney

New York. Gli applausi per il voto sulla moratoria non vincolante della pena di morte hanno coperto la decisione invece vincolantissima presa martedì pomeriggio, esattamente nello stesso giorno, dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite presieduto dall’Italia. Poche ore dopo il voto dell’Assemblea generale sulla pena capitale, i quindici membri del Consiglio di sicurezza hanno approvato all’unanimità la risoluzione 1790 sull’Iraq, rinnovando il mandato militare alle truppe multinazionali guidate dal generale David H. Petraeus. Ufficialmente, ora, l’Italia è favorevole alla presenza dell’esercito americano nell’ex regno di Saddam, malgrado la maggioranza di centrosinistra sia stata eletta su una piattaforma politica completamente diversa, al punto che immediatamente dopo l’insediamento a Palazzo Chigi il governo Prodi ha deciso il ritiro delle truppe italiane da Nassiryah.
Martedì, invece, l’Italia ha votato a favore della politica irachena di George W. Bush e Dick Cheney, centrata sull’invio in Iraq di ulteriori 30 mila soldati americani, a completamento della missione Iraqi Freedom ideata da Donald Rumsfeld. E’ la prima volta che il nostro governo esprime un voto in un organismo internazionale sull’occupazione militare irachena. Quando gli Stati Uniti e i loro alleati decisero infatti di invadere l’Iraq, anche per far rispettare le risoluzioni Onu rigettate dal regime di Saddam Hussein, l’Italia non era membro del Consiglio di sicurezza, dove invece è stata eletta soltanto all’inizio di quest’anno.
La risoluzione 1790 è stata adottata in base all’articolo 7 della Carta Onu, quello che autorizza l’uso della forza per ragioni di sicurezza e di minaccia alla pace. Il rinnovo del mandato militare agli americani non è volto a rilanciare la missione politica, civile e umanitaria delle Nazioni Unite in Iraq, né a favorire un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale nella ricostruzione o nel processo di riconciliazione nazionale. Su questo l’Italia ha già espresso il voto favorevole cinque mesi fa, quando il Consiglio ha rinnovato il mandato della missione Unami.
(segue dalla prima pagina) Il dispositivo della risoluzione 1790 Onu recita così: “Il Consiglio di sicurezza riafferma l’autorizzazione alla forza multinazionale così come prevista nella risoluzione 1546 del 2004 e decide di estendere il mandato previsto in quella risoluzione fino al 31 dicembre del 2008”. Il governo di centrosinistra, quindi, non soltanto ha autorizzato l’esercito americano a rimanere in Iraq un altro anno, ma ha riconosciuto ciò che politicamente non hai mai voluto ammettere, ovvero che l’imprimatur dell’Onu all’occupazione militare multinazionale c’è fin dal 2004, anzi, come si legge più correttamente in un altro passaggio della risoluzione approvata ieri, fin dal 2003 con le risoluzioni 1483 e 1511.
Il testo approvato dal Consiglio di sicurezza ribadisce che, come in passato, “la presenza della forza multinazionale in Iraq è stata richiesta dal governo iracheno” e prende in considerazione la lettera del primo ministro di Baghdad del 7 dicembre 2007, inviata proprio all’Italia, nella quale il governo iracheno si auspica che questa sia l’ultima autorizzazione concessa dall’Onu, nella speranza che nel 2009 il paese possa finalmente fare da sé. Esattamente come in tutte le precedenti occasioni, la risoluzione 1790 stabilisce che il mandato potrà essere rivisto, o concludersi prima del previsto, su richiesta del governo iracheno.
La risoluzione è stata scritta dagli americani e dagli iracheni, dopo un’intensa contrattazione tra i diplomatici dei due paesi. Le modifiche alla bozza presentata al nostro ambasciatore Marcello Spadafora sono state minime, di linguaggio più che di sostanza. I francesi hanno proposto di limare un eccessivo ottimismo e i russi hanno chiesto maggiore attenzione al ruolo del Fondo di Sviluppo per l’Iraq e dell’International Advisory and Monitoring Board che aiuta il governo di Baghdad a usare in modo trasparente le risorse energetiche irachene. Il nostro governo non ha chiesto nessuna modifica e la votazione, presieduta al Consiglio dal vice capo della Missione italiana Aldo Mantovani, è stata particolarmente spedita, preceduta soltanto da un briefing tecnico e dall’intervento dei rappresentanti americani, britannici e iracheni.
Con la risoluzione approvata martedì, il Consiglio di sicurezza riconosce “l’impegno del governo di unità nazionale, democratico e costituzionale dell’Iraq nel perseguire il programma di riconciliazione nazionale e il suo dettagliato piano politico, economico e di sicurezza”. E auspica che prima o poi “le forze irachene assumano la piena responsabilità del mantenimento della sicurezza e della stabilità nel loro paese, consentendo così il completamento del mandato della forza multinazionale e la fine della sua presenza in Iraq”.
I progressi dunque ci sono e sono evidenti, secondo il Consiglio di sicurezza (e secondo il nostro governo), “nell’addestramento, nell’equipaggiamento e nel numero delle forze di sicurezza irachene, compreso l’esercito e le forze di sicurezza interna”. La risoluzione Onu sottolinea l’importanza del trasferimento di poteri e dell’assunzione completa del comando e del controllo iracheno nelle province di Najaf, Maysan, Muthana, Dhi Qar, Dahuk, Irbil, Sulaymaniyah, Karbala. Rispetto alla bozza iniziale, gli inglesi hanno fatto inserire anche il recente trasferimento del comando a Bassora, portando così il controllo esclusivo iracheno a nove province su diciotto.
La risoluzione Onu condanna la violenza settaria e terroristica, riafferma l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq e loda “la volontà della forza multinazionale di continuare a impegnarsi a contribuire al mantenimento della discurezza e della stabilità irachena”. E, infine, chiede alla comunità internazionale di sostenere il popolo iracheno e la sua speranza di pace e democrazia. L’Italia ha risposto presente.
    Christian Rocca

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