L’avete letto sui giornali, no? La pena di morte nel mondo ora non c’è più, grazie al valoroso impegno del governo italiano e a un magnifico voto all’Assemblea Generale dell’Onu che ha commosso Romano Prodi e fatto venire i lucciconi anche al solitamente gelido Massimo D’Alema. “Una giornata storica”, è stato il commento più morigerato che si è sentito in questi giorni per quello che, in realtà, è stato un semplice voto non vincolante espresso da un organo senza poteri come l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Il giorno dopo, per dire, quattro detenuti iraniani sono stati impiccati nel piazzale del carcere di Evin, a Teheran. In Italia, intanto, si festeggiava la cosiddetta moratoria universale delle esecuzioni capitali come se avessimo vinto una seconda coppa del mondo a un anno e mezzo di distanza dalla finale di Berlino. In America, invece, notiziari e giornali di sinistra non hanno nemmeno dato la notizia, con l’eccezione di cinque o sei righe in cronaca del New York Times. Censura? No, valutazione corretta e a ciglio asciutto della notizia: il voto non vincolante di un organo senza poteri come l’Assemblea Generale dell’Onu conta poco più di questo commento che state leggendo sull’Unione Sarda nel quale affermo a viva voce di essere contrario alla pena di morte.
Questo non vuol dire che la risoluzione dell’Onu sia inutile, ma da qui a dire che sia un momento storico ce ne corre. In realtà non è nemmeno, come si dice, una “moral suasion” nei confronti dei paesi che praticano la pena capitale. A Cina, Arabia Saudita, Iran, Sudan e a tutti gli altri paesi totalitari, dispotici e oscurantisti che condannano a morte – senza peraltro curarsi di fare i processi – la risoluzione non vincolante dell’Onu non fa nemmeno il solletico. Ma l’inefficacia è evidente anche negli Stati Uniti, uno dei pochi grandi paesi democratici ove vige la pena capitale e dove l’opinione pubblica conta. Il motivo è semplice. L’America è un’unione di 50 stati, 14 dei quali non prevedono la pena di morte nei loro codici, mentre il resto sì. Tra questi 36, ce ne sono 26 che condannano a morte ma non eseguono la condanna e 10 che ogni tanto vanno fino in fondo. Ciascuno dei 50 Stati non riconosce l’interferenza del governo federale di Washington in materia di amministrazione della politica criminale, meno che mai quella di un’Assemblea di stati stranieri in maggioranza non democratici come l’Onu.
I numeri aiutano a capire meglio. Nelle carceri di 36 Stati americani ci sono 3.228 condannati a morte. L’anno scorso sono stati giustiziati 42 detenuti (28 bianchi e 14 neri), in dieci Stati (26 in Texas, 3 in Alabama e in Oklahoma, due in Indiana, Ohio e Tennessee e uno a testa in South Dakota, Georgia, South Carolina e Arizona). Per fare un paragone, in Cina nel 2006 sono stati giustiziati 7500 prigionieri.
Qualche buona notizia però c’è, malgrado un mese fa il New York Times, ovvero la bibbia degli intellettuali di sinistra, abbia raccontato in prima pagina di una ricerca scioccante elaborata da rispettati studiosi universitari liberal secondo cui pare che la pena di morte, paradossalmente, contribuisca a salvare parecchie vite. Le notizie positive sono due. Proprio nei giorni in cui all’Onu si votava e in Italia si festeggiava, il governatore del New Jersey ha firmato una legge approvata nelle settimane precedenti dall’assemblea legislativa locale che cancella la pena di morte dai codici statali. Il New Jersey non esegue condanne da molti anni, ma aver trasformato le condanne a morte in ergastolo è un fatto concreto per i condannati, molto più di una dichiarazione dell’Onu senza alcuna conseguenza diretta.
Ma c’è di più. A settembre la Corte Suprema ha attuato una moratoria delle esecuzioni capitali americane, nel momento in cui ha deciso di affrontare un caso del Kentucky che sarà discusso il 7 gennaio prossimo a Washington. La Corte ha fermato le esecuzioni in attesa di capire se le iniezioni letali con cui vengono eseguite le condanne siano costituzionali, cioè se il cocktail chimico composto dai tre farmaci iniettati sul condannato rappresenti “una punizione crudele e inusuale” per il detenuto. Per i lucciconi, è il voto della Corte Suprema quello da aspettare. Se dovesse andare bene, avremo una quarantina di esecuzioni in meno l’anno, ma resteranno ancora le decine di migliaia di impiccagioni e fucilazioni annue in paesi dove non c’è nessuna Corte Suprema e spesso nemmeno infima.
Christian Rocca
22 Dicembre 2007