Camillo di Christian RoccaMcCain, il candidato di successo che non piace al suo partito

New York. Le notizie sono quattro: John McCain ha vinto le primarie repubblicane in Florida, battendo Mitt Romney. L’ex favorito del gruppo, Rudy Giuliani, aveva il paese in mano come Mariotto Segni qualche anno fa in Italia, ma ha sprecato il vantaggio nazionale per inseguire una cervellotica strategia elettorale che gli ha fatto saltare le prime primarie per arrivare soltanto terzo in Florida. Ieri Giuliani ha deciso di ritirarsi e di sostenere il suo amico McCain.
Tra i democratici, John Edwards ha abbandonato la gara e ora la sfida, anche formalmente, è tra Hillary Clinton e Barack Obama (stasera, su Cnn, ci sarà il primo confronto televisivo a due). In Florida, in realtà, le urne erano aperte anche per gli elettori democratici, ma il partito di Washington alcuni mesi fa aveva punito la scelta dei vertici locali di anticipare le primarie al 29 gennaio, decidendo di vietare ai candidati di fare campagna elettorale e di non assegnare delegati al vincitore. Gli elettori democratici, però, sono andati a votare lo stesso, peraltro in numero maggiore rispetto ai repubblicani, a dimostrazione che l’entusiasmo è più palpabile in casa democratica che tra i conservatori (anche se a tenere alta l’affluenza ci ha pensato il referendum per tagliare le tasse sui beni immobili). Il “beauty contest” è stato vinto a grande maggioranza da Hillary Clinton su Barack Obama. Hillary ha festeggiato come se avesse vinto davvero qualcosa. Obama ha ricordato che è finita zero a zero, ma restano i novecentomila elettori democratici che gli hanno preferito Hillary.
Tra tutte, però, la notizia più importante è quella di John McCain, il senatore dell’Arizona ed eroe del Vietnam, dove è stato prigioniero per cinque anni dei vietcong. Pochi mesi fa è stato dato per spacciato, ora è a un passo dalla nomination. Il sostegno di Giuliani, quello probabile di Arnold Schwarzenegger e l’inerzia favorevole per le due vittorie consecutive in South Carolina e Florida dovrebbero garantirgli il successo al super tuesday del 5 febbraio, quando voteranno 20 stati, tra cui New York e California.
La risalita di McCain è figlia dei successi iracheni della strategia militare di David Petraeus, a lungo al centro delle rumorose richieste politiche del senatore alla Casa Bianca. Ma è anche la conseguenza dello scarso entusiasmo intorno ai candidati repubblicani. McCain è criticato dall’establishment del partito per il suo spirito indipendente e poco ortodosso. Mitt Romney ha un curriculum conservatore ambiguo, è mormone e sembra essere guidato dai sondaggi invece che dalle proprie convinzioni. L’evangelico Mike Huckabee non riesce a conquistare la maggioranza degli elettori religiosi. Il libertario di estrema destra Ron Paul è una simpatica macchietta. Giuliani si è suicidato scegliendo di puntare tutto sulla Florida e Fred Thompson ha condotto una campagna elettorale stanca, pigra e senza alcuna passione.
La “Bush fatigue”, la fisiologica stanchezza dopo i due mandati di un presidente che ha diviso il paese, ha ulteriormente complicato la corsa, ma ad aiutare McCain paradossalmente è stato anche Obama e il suo messaggio di unità, cambiamento e speranza. McCain è l’unico repubblicano capace di superare le linee partitiche e di convincere indipendenti e democratici moderati (l’ex vice di Al Gore, Joe Lieberman, sta con lui). Il mondo liberal, a cominciare dall’editorialista del New York Times Frank Rich, è impaurito dall’ipotesi McCain, perché a novembre con lui i democratici non si troveranno di fronte un ideologo di destra, ma un eroe indipendente capace di ammaliare la sinistra. La paura si trasforma in certezza di perdere se la macchina politica dei Clinton dovesse farcela a prevalere sull’ottimismo cool di Obama.
Ma a essere terrorizzati da McCain sono anche i conservatori. L’establishment di Washington e i vertici del partito lo odiano, non lo considerano un vero repubblicano e non vogliono immaginare l’ipotesi di dover votare per uno noto per fare sempre di testa sua. La fortuna di McCain è che, malgrado gli sforzi, gli operatori politici repubblicani non riescono a fidarsi nemmeno di Mitt Romney, al quale ormai è rimasto soltanto il dibattito tv di ieri notte in California per convincerli.
Il caso McCain è curioso. E’ accusato di non essere un vero repubblicano, ma dall’aborto alla sicurezza nazionale, dalla politica fiscale alla limitazione della spesa pubblica è quanto di più repubblicano possa esistere. A differenza dei colleghi di partito, però, McCain crede che il surriscaldamento terrestre sia un vero problema, che la raccolta dei fondi elettorali debba essere regolata, che l’America debba restare un paese aperto all’immigrazione, che i giudici federali non possano essere ideologi, che i bilanci debbano tendere al pareggio e che spesso i leader della destra religiosa si comportino da “agenti di intolleranza”. McCain, inoltre, sembra sempre più interessato a litigare con i repubblicani che con i democratici, una cosa che nel clima altamente polarizzato di Washington è un’eresia.
L’ex capo al Congresso Tom DeLay, la settimana scorsa, ha detto che se il candidato sarà McCain lui a novembre andrà al mare. Il guru radiofonico Rush Limbaugh ha detto che non lo voterà nemmeno se l’avversario sarà Hillary Clinton. Numerosi leader evangelici hanno ripetuto la stessa cosa, ma anche i rappresentanti dell’ala libertaria, Ed Crane del Cato Institute, e dell’ala antitasse, Grover Norquist, lo considerano un avversario più che un compagno di partito.
A poco a poco McCain sta conquistando pezzi dell’establishment, senatori e governatori, ma la sua base vera sono i reduci di guerra e, sul fronte intellettuale, i neoconservatori del Weekly Standard, a cominciare da Bill Kristol che lo aveva sostenuto anche nel 2000 contro Bush. Poi c’è, appunto, il suo antico avversario, oggi alla Casa Bianca. Il rapporto tra i due ora è buono. McCain è stato l’unico alleato di Bush, quando il presidente ha deciso di mandare Petraeus in Iraq per cambiare rotta. Alle primarie Bush nonsi schiera, ma il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato lunedì sera al Congresso e centrato su tutti i temi cari al senatore dell’Arizona (Iraq, veterani, spesa pubblica e immigrazione), a leggerlo bene è stato un semi endorsement di McCain.
    Christian Rocca