Camillo di Christian RoccaThat's it/3

New York. “Cafe Mozart” sulla settantesima strada, tra Broadway e Columbus Avenue, antico ritrovo per intellettuali engagé e filo europei dell’Upper West Side. Franco Zerlenga, sessantacinquenne italiano d’America, già professore di storia dell’Islam a NYU ed elettore di Barack Obama, ordina una “endive salad”, “la più buona di New York, un cappuccino decaf, una apple pie e va dritto al punto: “Sette anni dopo l’undici settembre, l’occidente è ancora aggrappato ai suoi cliché, continua a non riconoscere la natura del suo nemico. Facciamo finta che l’ultima incarnazione dell’Islam, quella salafita e wahabita di Bin Laden e quella sciita che vuole cancellare Israele, sia una cosa diversa da quella che è. Abbiamo di fronte un coccodrillo e diciamo che in realtà è una lucertola. No, non è una lucertola, è un coccodrillo. E se ti avvicini il coccodrillo te magna. That’s it”. Punto numero 2: “Ma quale scontro di civiltà? Per avere uno scontro di civiltà ce ne vogliono almeno due di civiltà, qui ce ne è una abbastanza sofisticata contrapposta a una cultura che non ha ancora accettato il quinto comandamento, cioè non uccidere, e che impone alle bambine di nove anni il marito”. Punto numero 3: “Quando si parla di terroristi si dice che sono ‘stateless’, senza stato, ma non è vero, se operano e prosperano in uno stato sono un problema di quel paese. Le Brigate rosse erano italiane e lo stato italiano a un certo punto ha trovato il modo di occuparsene. Al Qaida è l’Arabia Saudita”. Punto numero 4: “Continuiamo a essere troppo indulgenti con l’Islam e pubblichiamo i saggi di Tariq Ramadan. Il problema è che i redattori del New York Times e di Repubblica che li pubblicano non capiscono che cosa c’è scritto in quei testi di Ramadan… quello agli omosessuali vuole tagliare la testa e se va al potere la prima cosa che fa è chiudere Repubblica. Ai suoi occhi non siamo solo infedeli, siamo pure coglioni”. Punto numero 5: “Non siamo capaci di guardare in faccia il nostro nemico, non gli facciamo paura, non abbiamo il suo rispetto, lo insultiamo e basta”. Punto numero 6: “Non esistono musulmani estremisti e moderati. E’ una nostra invenzione. La differenza è tra chi è convinto che questo sia il momento giusto per attaccarci e chi crede che non sia ancora arrivata l’ora e preferisce la penetrazione sottile. Ricordatevi che i musulmani non emigrano, perché seguono l’esempio di Maometto che è stato cacciato dalla Mecca, si è trasferito a Medina, dove ha preso il potere, imposto le sue leggi e preparato la conquista della Mecca. Maometto, signori miei, non è San Francesco, è morto da capo di Stato”.
Punto numero 7: “Israele ha il diritto di difendersi come vuole, non gli possiamo dire noi, D’Alema o il peggior presidente degli Stati Uniti di sempre, Jimmy Carter, con il suo consigliere Zbigniew Brzezinski (speriamo che Obama se ne liberi), che cosa fare”.
Zerlenga ce l’ha con Bush che fuma sigari e scambia doni e pacche sulle spalle con i reali sauditi, ma anche con Bill Clinton che prende 600 mila dollari da Riad per legittimare con i suoi discorsi il regime. Al momento della torta di mele, Zerlenga offre alcune soluzioni: “La prima cosa è riconoscere la natura del nemico, solo in questo modo si potrà adottare una strategia efficace. C’è da ristabilire il principio di reciprocità, volete costruire moschee in occidente? ok, però lasciate che da voi si possano costruire chiese e sinagoghe. C’è soprattutto da uscire dalla dittatura del politicamente corretto e, per esempio, far pagare alle comunità musulmane i costi della scorta di Ayaan Hirsi Ali”. (chr.ro)

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