Des Moines (Iowa). La corsa per la Casa Bianca 2008 comincia ufficialmente oggi, con la prima giornata di voto in programma nel midwest, tra le nevi dell’Iowa. La seconda tappa sarà già martedì prossimo sulla costa orientale, in New Hampshire. Seguiranno, fino alla fine del mese, Michigan, Carolina del Sud e Florida, ma anche Nevada (soltanto per i democratici) e Wyoming (per i repubblicani e già questo sabato), in attesa del “super big tuesday” del 5 febbraio, soprannominato “martedì dello tsunami” perché voterà la metà dei 50 stati americani, compresi i più popolosi New York e California. E’ molto probabile che la sera del 5 febbraio si conosceranno i nomi del candidato democratico e dello sfidante repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, ma il lungo e costoso processo di selezione comincia questa sera in Iowa dove per tradizione si discute del principale argomento nazionale: i sussidi pubblici ai produttori di granturco. Questa volta, però, è andata diversamente.
Il tema della campagna elettorale è stato a destra l’immigrazione e a sinistra il carattere dei candidati. I repubblicani si sono accapigliati in modo ruvido sul modo più efficace per fermare l’ondata di clandestini in uno stato che fin qui li aveva visti soltanto di striscio. La scelta di mostrarsi duri contro l’immigrazione rischia di compromettere ogni possibilità di vittoria repubblicana alle elezioni generali di novembre, perché allontana sempre di più il crescente blocco elettorale ispanico dal mondo conservatore, in controtendenza non soltanto rispetto ai dati demografici, ma anche a una delle chiavi del successo elettorale di George W. Bush.
I democratici invece si sono divisi sulla caratteristica che un politico deve avere per guidare l’America, più che sui contenuti. Secondo Hillary Clinton l’aspetto più importante è l’esperienza che lei ha e che agli altri manca. Per Barack Obama non è così. Il 42enne senatore dell’Illinois ha contestato l’idea che l’esperienza da first lady possa contare qualcosa e poi ha ricordato che nessuno, a Washington, aveva più esperienza di Dick Cheney e Donald Rumsfeld, “ma avete visto che cosa hanno combinato?”. Secondo Obama, la chiave è la voglia di cambiamento che soltanto una faccia nuova come la sua può garantire. John Edwards, invece, è convinto che la volontà di rompere i rapporti con i poteri forti di Washington sia l’unico modo perché alla Casa Bianca sia eletto un alleato delle classi svantaggiate. Su queste basi i tre big del partito democratico se ne sono dette di tutti i colori, tradendo l’impegno iniziale di condurre una campagna positiva e priva di attacchi personali.
Le posizioni politiche, invece, non sono molto diverse, a cominciare dalla copertura sanitaria universale fino all’annullamento di una parte dei mega tagli fiscali di Bush. Sulla politica estera, Hillary è la più falca, Obama il più dialogante, Edwards il più di sinistra. Sull’Iraq, tutti e tre dicono di voler far finire la guerra, ma i loro piani prevedono la presenza di truppe americane a Baghdad almeno fino al 2013. Con la tiepida eccezione di Hillary, i democratici non considerano la minaccia fondamentalista del jihad islamico un problema epocale o, perlomeno, preferiscono non parlarne apertamente, anche perché le loro ricette suonerebbero troppo simili alle parole d’ordine bushiane. Edwards dei tre è l’unico che contesta l’ideologia stessa della guerra al terrorismo, secondo lui non esiste ed è un’invenzione dei neoconservatori e dei radicali di destra. Curiosamente la sua posizione è simile a quella del più estremo dei candidati repubblicani, Ron Paul.
I giornali sostengono che l’assassinio di Benazir Bhutto abbia rimesso la politica estera al centro del dibattito, favorendo quindi Hillary a discapito di Obama, sempre per la questione dell’esperienza. In realtà l’unico a parlare sempre di Pakistan è stato il senatore Joe Biden, centrista democratico, peso massimo del partito in Commissione Esteri, ma con scarse chance di vittoria.
La cosa curiosa è che le posizioni di Obama e Hillary sul Pakistan cambiano alla velocità della luce. Prima dell’assassinio della Bhutto, Obama invocava l’invasione del Pakistan per combattere militarmente le infiltrazioni di al Qaida nel regime di Pervez Musharraf, una posizione che Hillary riteneva ingenua, avventata e ben oltre la destra di Bush. Ora le posizioni si sono invertite. Obama è diventato più moderato, mentre Hillary guida il fronte di chi auspica il cambio di regime a Islamabad e la destituzione del presidente Pervez Musharraf, giudicato responsabile della morte dell’ex premier pachistana.
Sui temi della politica estera i repubblicani sono più coesi, con l’eccezione di Mike Huckabee e del bizzarro deputato radical libertario Ron Paul. Paul, da vero isolazionista, sta più a sinistra del più liberal dei candidati democratici ed è talmente fuori sincrono con l’ortodossia repubblicana che Fox News ha deciso di escluderlo dal prossimo dibattito televisivo, malgrado la sua candidatura sia vivissima, come dimostra la raccolta di 19 milioni di dollari negli ultimi quattro mesi, cioè più di quanto abbia fatto ogni altro candidato repubblicano.
Huckabee, invece, colleziona una gaffe dietro l’altra e non soltanto di politica estera. Un paio di settimane fa è stato costretto ad ammettere di non aver mai sentito parlare del rapporto di intelligence che sminuiva il pericolo nucleare iraniano, mentre dopo l’uccisione di Benazir Bhutto ha detto che l’America dovrebbe chiedere scusa al Pakistan per quello che è successo e, incomprensibilmente, rispondere con la chiusura delle proprie frontiere col Messico. L’inconsistenza di Huckabee sulle questioni di sicurezza nazionale è diventata l’argomento del giorno sugli stessi giornali che, fino a pochi giorni fa, lo descrivevano come una star destinata a brillare ancora a lungo. La sovraesposizione mediatica di Huckabee a molti osservatori ha ricordato l’innamoramento dei media per Howard Dean nel 2004, finito tragicamente al momento del conteggio effettivo dei voti in Iowa. Huckabee ha cercato di recuperare, spiegando che si consulta spesso con grandi esperti di sicurezza nazionale di provata esperienza conservatrice, da Frank Gaffney a John Bolton, ma sia l’uno sia l’altro hanno smentito di lavorare per lui. I sondaggi improvvisamente sono cominciati a peggiorare, a favore di Mitt Romney, ma anche di John McCain e di Fred Thompson, sebbene l’ultimissimo pubblicato ieri dal Des Moines Register, il principale giornale locale, veda Huckabee al primo posto con il 32 per cento contro il 26 di Romney e il 13 di McCain.
La tradizione vuole che dopo l’Iowa sopravvivano tre candidati, mentre dopo il New Hampshire soltanto due. I sondaggi sono unanimi: Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards sono statisticamente alla pari, tutti gli altri concorrenti di centrosinistra staccati di parecchie lunghezze, con il solo governatore del New Mexico Bill Richardson nei paraggi. Il Des Moines Register ha dato Obama in vantaggio di sette punti su Hillary e di otto su Edwards (32, 25 e 24), ma gli staff di Hillary e Edwards hanno subito contestato la modalità del rilevamento e si sono affrettati a limitare i danni fornendo alla stampa altre notizie, come l’aver raccolto oltre 100 milioni di dollari (Clinton, ma c’è riuscito anche Obama) e l’aver ricevuto il sostegno di Ralph Nader (Edwards), ovvero del terzo candidato verde e di sinistra che nel 2000 aveva scippato ad Al Gore i voti necessari a battere Bush. La sfida tra i democratici rischia di non decidere nulla, se i tre big arriveranno più o meno appaiati. Se lo scarto sarà minimo, allora è come se non fosse successo niente e il balletto a tre ricomincerebbe in New Hampshire martedì prossimo.
L’eredità di Reagan
Sul fronte repubblicano la partita vera è per il terzo posto, visto che il primo e il secondo sono certamente di Mitt Romney o di Mike Huckabee, gli unici due che in Iowa hanno davvero corso per vincere. Se vince Romney, l’eccitazione intorno a Huckabee potrebbe svanire come accadde nel 2004 con Dean. Se vince Huckabee, sarà Romney a trovarsi in difficoltà, visto che su Iowa e New Hampshire ha puntato tutte le sue chance di vittoria. Due giorni fa l’editorialista conservatore del New York Times, David Brooks, ha scritto che Romney sembra si stia candidando a erede di Ronald Reagan, anno domini 1988, più che a presidente degli Stati Uniti nel 2008. Secondo Brooks, Romney non si rende conto che la gloriosa coalizione reaganiana fondata sulla fusione tra falchi, religiosi e libertari non esiste più da tempo: “La vittoria di Romney in questo mese – ha concluso – significa una vittoria certa per i democratici a novembre prossimo”.
Il piazzamento da guardare in casa repubblicana è il terzo: chi tra John McCain (favorito) e Fred Thompson arriverà sul podio avrà ancora qualche buona possibilità di vittoria finale, naturalmente insieme con Rudy Giuliani, specie McCain perché, con Romney, è il favorito martedì prossimo in New Hampshire. I giornali raccontano di un McCain in forte crescita, ma alla stampa McCain è sempre piaciuto più che agli elettori.
Rudy Giuliani, McCain e Thompson hanno studiato una strategia diversa rispetto a quella di Romney. Già questa estate hanno dato per perso l’Iowa, uno stato dove i repubblicani sono più conservatori rispetto ai candidati di partito alla Casa Bianca. Giuliani è troppo liberal sulle questioni sociali, mentre McCain è l’unico tra tutti i candidati di destra e di sinistra ad aver avuto il coraggio di annunciare che, in caso di elezione alla Casa Bianca, taglierà i sussidi alla produzione di grano di cui gode l’Iowa, proprio grazie al suo vantaggioso status di primo stato a pronunciarsi nel ciclo elettorale presidenziale. Non solo, McCain è anche l’unico all’interno del suo partito a proporre politiche pro immigrazione: “Se non vinco le primarie – ha detto McCain – so benissimo che la ragione principale è la mia posizione sull’immigrazione”.
Giuliani in realtà punta a vincere le tappe successive, a cominciare da quella in Florida del 29 gennaio, la cui vittoria garantisce da sola più della metà dei delegati alla convention, rispetto a ciò che si ottiene con un successo in tutti gli altri stati precedenti. McCain affida il suo destino al notorio spirito indipendente del New Hampshire, dove nel 2000 è riuscito a battere Bush prima di crollare in Carolina del Sud. Questa volta, per lui, il rischio è che gli indipendenti votino alle primarie democratiche, invece che a quelle repubblicane e a favore di Obama. La strategia di Thompson, oltre al piazzamento in Iowa, è centrata sul sud conservatore e in particolare sulla Carolina del Sud, la settimana precedente al decisivo appuntamento in Florida.
I due probabili vincitori di questa sera in Iowa, Romney e Huckabee, sono invece alla ricerca di quello che Bush padre chiamava “the big Mo”, il “grande momentum”, quella positiva inerzia elettorale che nasce dalla vittoria nei primi stati e che li può spingere fino alla conquista della nomination. La strategia di Giuliani è la più rischiosa, perché lo status di favorito viene intaccato dalle possibili sconfitte nei primi stati. McCain deve arrivare nel gruppo di testa in Iowa e vincere in New Hampshire per restare a galla e più o meno nella stessa condizione si trova Thompson, con qualche possibilità in meno in New Hampshire e qualcuna in più in Carolina del Sud. A meno di un imprevedibile exploit di Giuliani in New Hampshire e Carolina del Sud, per i repubblicani sarà il voto in Florida, il 29 gennaio, a chiarire il quadro, anche perché arriveranno i primi ritiri degli sconfitti e comincerà un nuovo campionato.
La gara democratica è più lineare. L’Iowa resta comunque la migliore possibilità a disposizione di Barack Obama e John Edwards per fermare la preannunciata vittoria di Hillary Clinton. I democratici dell’Iowa sono molto di sinistra, legati ai sindacati, sospettosi del centrismo economico e politico dei Clinton molto più che altrove. Sia Obama sia Edwards sono più progressisti di Hillary. Edwards ancora più di Obama, come dimostra il sostegno di Nader. L’ex candidato vicepresidente, tra l’altro, è in campagna elettorale da queste parti fin dal 2004, quando è arrivato secondo dietro il vincitore John Kerry. Edwards è anche l’unico che ha un’organizzazione operativa già testata, oltre che un messaggio politico populista che piace all’elettorato più radicale. Obama attrae giovani e indipendenti, pericolosamente gli stessi che sembravano poter incoronare Dean. Hillary va forte tra le ragazze e le pensionate. Secondo gli esperti sarà sufficiente uno spostamento di mille voti per decidere in un modo o nell’altro la gara democratica. C’è chi spiega che il maltempo favorirà Edwards, altri sostengono che il beltempo aiuterà Hillary. E’ prevista una bella giornata, ma sempre ben al di sotto dello zero. Resta l’incognita dell’attesissima partita di football in diretta tv e, soprattutto, delle complicatissime procedure di voto, specie tra i democratici.
In Iowa si vota nei caucus, cioè durante una riunione aperta al pubblico, mentre in New Hampshire saranno le più consuete elezioni primarie a decretare i vincitori. Il caucus è una riunione di quartiere che si tiene in circa duemila punti in tutto l’Iowa, prevalentemente scuole, biblioteche, auditorium. La parola caucus proviene da un termine indiano della tribù Algoquin, che significa “consiglio di leader tribali”, ma altri storici sostengono che l’origine sia latina. I repubblicani votano per alzata di mano, i democratici no. Alle sette di sera di ogni caucus democratico, i rappresentanti del partito chiudono le porte e invitano i militanti a dichiarare quale candidato preferiscono. Fin qui è uguale alle procedure del partito repubblicano. Ma tra i democratici non c’è un voto, piuttosto si formano fisicamente i gruppi di sostenitori di uno o dell’altro concorrente (gli elettori di Hillary nell’angolo a destra, quelli di Obama sul fronte opposto e così via).
I militanti favorevoli a un candidato che nei singoli caucus non raggiunge il 15 per cento devono sceglierne un altro tra chi ha superato il 15 per cento. C’è grande attenzione agli elettori dei candidati di seconda fascia, Richardson, Biden, Dodd e Kucinich, perché è improbabile che i loro voti superino il 15 per cento. Secondo i soliti sondaggi, Edwards è il candidato preferito come seconda scelta, più di Obama e Hillary.
Christian Rocca
3 Gennaio 2008