Camillo di Christian RoccaDavid Mamet si dimette da "liberal lobomotizzato"

New York. David Mamet ha cambiato idea. “Non sono più un liberal lobotomizzato” ha scritto in un articolo sul Village Voice che è stato oggetto di così grande attenzione da aver mandato per alcune ore in tilt il sito Internet dello storico settimanale radicale newyorchese.
Il drammaturgo e regista americano, autore di pièce teatrali, sceneggiature cinematografiche e di saggi di successo, è noto per la sua lingua tagliente e la visione del mondo progressista. Ora però dice di essere cresciuto e di essersi accorto che nella sua vita reale non applica quei principi nostalgici e utopici degli anni Sessanta che ha professato per tutta la vita. Mamet ha capito che pensare che il governo sia sempre corrotto, che i militari siano il male assoluto, che le corporation affamino i lavoratori e che l’intervento pubblico sia sempre il benvenuto contrastava con la sua esperienza personale. L’esercito, per esempio, “è composto da uomini e donne che rischiano davvero la propria vita per proteggere tutti noi da un mondo molto ostile”. Ma anche l’odio nei confronti delle multinazionali non è altro che “l’altra faccia della mia fame per quei beni e quei servizi che forniscono e senza i quali non possiamo vivere”.
Mamet, così, si è messo a studiare e ha scoperto che questo non è un paese per liberal: “Ho cominciato a leggere non solo le teorie economiche di  Thomas Sowell (il nostro più grande filosofo contemporaneo) ma anche quelle di Milton Friedman, Paul Johnson, Shelby Steele e di altri autori conservatori e mi sono trovato d’accordo con loro: la visione liberista del mondo si adatta molto meglio alla mia esperienza piuttosto che alla mia visione idealista e liberal”. Già col suo ultimo saggio – “The wicked son”, una sfuriata politicamente scorretta contro l’antisionismo degli intellettuali ebrei dell’Upper west side – Mamet aveva dato segni di impazienza nei confronti del progressismo radical chic. Ora non ce la fa più. Così ogni volta che sente la radio culto della sinistra liberal americana, la Npr (che lui chiama “National palestinian radio”), si accorge di storcere sempre più spesso la faccia e di voler spesso urlare ai conduttori di “chiudere quella cazzo di bocca”.
Mamet racconta che la decisione di liberarsi dell’etichetta di “liberal lobotomizzato” è maturata scrivendo la sua ultima opera di scena a Broadway, “November”. E’ la storia di un presidente di destra e del suo speechwriter di sinistra, dello scontro tra la fede e la ragione “o, forse, della visione conservatrice e tragica della vita contrapposta a quella liberal e perfezionista della sinistra”. Mamet ha scritto che “per molti decenni” ha sostenuto la visione liberal e “come figlio degli anni Sessanta” ha accettato “l’articolo di fede che il governo fosse corrotto, che il mondo degli affari fosse cinico e che la gente fosse generalmente buona d’animo”. Nel corso degli anni questa percezione del mondo è svanita, perché l’esperienza dimostra che sognare il migliore dei mondi possibili non porta a niente, mentre è più utile chiedersi “come renderlo migliore, a quali costi e secondo quale definizione”.

Bush un mostro? Certo, ma pure Kennedy…
E’ lo sgretolamento del mito della doppia America che piace tanto alla sinistra intellettuale: un’America sempre cattiva e una intimamente buona. Mamet spiega che non è così: “Una versione imparziale delle cose svela, per esempio, che gli errori di questo presidente – che io da buon liberal considero un mostro – sono poco diversi da quelli compiuti da un presidente che ammiro: Bush ci ha portato in Iraq, John Kennedy in Vietnam. Bush ha rubato le elezioni in Florida, JFK a Chicago, Bush ha sputtanato un agente della Cia, Kennedy ne ha lasciati morire a centinaia nelle onde della Baia dei Porci. Bush ha mentito sul suo servizio militare, Kennedy ha accettato un Pulitzer per un libro scritto da Ted Sorensen. Bush sta con i sauditi, Kennedy con la mafia”.
Mamet così ha scelto di vivere nell’America reale, quella in cui vive giorno dopo giorno, fatta di persone che ragionevolmente cercano di migliorare il proprio benessere relazionandosi con chi trovano intorno: “Ho capito che per me è arrivato il momento di ammettere la mia partecipazione all’America in cui ho deciso di vivere e che questo paese non è un’aula scolastica dove si insegnano i valori, ma un mercato”.
    Christian Rocca

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