Camillo di Christian RoccaIl numero due prende il posto del cliente numero nove

New York. Infine, ieri mattina, Eliot Spitzer si è davvero dimesso da governatore dello stato di New York. Lo sceriffo di Wall Street, il moralizzatore senza pietà che non guardava in faccia a nessuno, il Di Pietro del Partito democratico che avrebbe voluto rivoltare le corporation come un calzino, l’aspirante primo presidente ebreo degli Stati Uniti non ha retto al frastuono delle polemiche e alle pressioni successive al suo coinvolgimento, da cliente, in un giro di prostituzione. Malgrado la moglie gli avesse consigliato di non ritirarsi, Spitzer ha lasciato il posto al suo vice, David A. Paterson, un elegante ex deputato di Harlem afroamericano e cieco. Spitzer si è riscusato con i newyorchesi e con la sua famiglia per le sue cadute di stile private e ha annunciato che dopo che si sarà preso il tempo necessario a ricucire le ferite tornerà a occuparsi privatamente del bene della sua comunità. 
Il “cliente numero 9” – con quel suo “nom d’amour” che ricorda una colonia da uomo di Gucci, come l’ha perfidamente descritto ieri Maureen Dowd sul New York Times – in realtà non aveva più molti sostenitori, se non Hillary Clinton che, così, ha perso un superdelegato. Eletto in modo trionfale a fine 2006, una volta ad Albany Spitzer si è inimicato tutti, democratici e repubblicani. Il suo primo anno e mezzo, ha scritto ieri il New York Observer, “è stato un disastro” quotidianamente raccontato dai grandi giornali newyorchesi. La sua caduta, soprattutto per il modo in cui è avvenuta, non ha provocato processioni di dolore. A Wall Street hanno brindato e segnato la miglior giornata d’affari dal 2002. Le sue vittime, alcune delle quali innocenti, si sono sentite vendicate. I giornali che lo hanno sostenuto, come il Times, gli hanno chiesto il medesimo rigore che lui pretendeva dai suoi indagati. Solo il piccolo e neoconservatore New York Sun, l’unico dei giornali newyorchesi ad essersi schierato alle elezioni contro di lui, ha scritto un editoriale dispiaciuto per la sua disgrazia. I tabloid sono scatenati, contano le decine di migliaia di dollari spesi (ottantamila), il numero di anni di frequentazione e la magnificenza delle sue mance alle ragazze. “Ho, No”, è stato il titolo del Post, invece che “Oh, No” (“Ho” è l’abbreviazione fonetica di “whore”, puttana). Altri si sono spinti fino a insinuare chissà cosa intendesse la prostituta intercettata quando alla maitresse ha detto che il “cliente numero 9” era uno “difficile”, uno che chiedeva “di fare cose non sicure”.
C’è chi ha rispolverato Shakespeare per raccontare la tragedia di chi si credeva il nuovo Eliot Ness, il  procuratore intoccabile di Chicago che mise fine alla carriera criminale di Al Capone, e per descrivere il paradosso dell’ambizioso magistrato che ha usato oscure leggi degli anni Venti per azzannare le sue vittime e che è stato abbattuto da un’improbabile leggina del 1910 che punisce chi convince una prostituta ad esercitare in uno stato diverso da quello di residenza. Noam Scheiber, su uno dei raffinati blog della rivista liberal New Republic, ha paragonato Eliot Spitzer ad Alexander Portnoy, l’adolescente autoerotomane protagonista di uno dei primi romanzi di Philip Roth: “Come Portnoy, forse Spitzer si è sentito costretto dai suoi genitori a essere un bravo ragazzo ebreo e contemporaneamente a ribellarsi al suo status di bravo ragazzo ebreo. Così è venuto fuori lo strano spettacolo della persona più retta del mondo agire come un pervertito”.
Lunedì “all’Eliot Ness del boudoir”, altra definizione di Maureen Dowd, subentrerà il cinquantaquatrenne Paterson, il primo governatore nero di New York, il terzo in assoluto degli Stati Uniti dalla fine della guerra civile. Paterson ristabilirà nelle istituzioni di Albany “un’atmosfera più collegiale”, ha scritto il New York Times.

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