New York. La politica economica e commerciale di Barack Obama, ma anche quella di Hillary Clinton, è pericolosa, unilaterale e arrogante. Lo scrivono da giorni editoriali del Wall Street Journal, dell’Economist, del Washington Post e del New York Times, senza ancora essere riusciti a incidere sulla campagna elettorale. Lo temono anche numerosi diplomatici latinoamericani, canadesi, africani e asiatici, pronti già a rimpiangere l’internazionalista George W. Bush. Le posizioni di Barack Obama, in particolare, cominciano a preoccupare seriamente, perché a fronte della sua retorica di apertura al mondo sulle questioni di politica estera, il senatore dell’Illinois propone di rompere unilateralmente i trattati commerciali con il Messico e il Canada e di non sottoscriverne altri. Obama, in sintesi, è il candidato no global, isolazionista e pessimista, malgrado appaia come quello più cosmopolita, aperto e ottimista.
La sua proposta è di riscrivere unilateralmente il Nafta, il trattato di libero scambio con gli altri paesi nordamericani firmato da Bill Clinton e che in dieci anni ha creato ricchezza in tutto il continente. Quella di Hillary è di sospenderne gli effetti e di rivalutare ogni cinque anni i termini degli accordi. La loro idea, malgrado non ci siano esperti seri disposti a sostenerla, è che i bassi salari in Messico, Cina e India abbiano causato la chiusura delle fabbriche in America. Obama ha un motivo in più rispetto a Hillary per usare questa retorica populista: i trattati di libero scambio sono stati ideati, elaborati e sottoscritti da suo marito.
Ciò che nessuno dei due dice ai propri elettori è che in realtà la globalizzazione e i trattati di libero scambio hanno creato benessere in America e altrove, abbassando i prezzi dei beni e aumentando la possibilità di scelta dei consumatori. Non solo: in America il tasso di disoccupazione è il più basso di sempre, le aziende sono le più dinamiche del mondo e il livello di ricchezza è sempre più alto. Il Nafta, inoltre, ha reso il Messico una democrazia stabile, un’economia in crescita e un paese sempre più moderno. “Non ci è costato un centesimo – ha detto il guru economico di Bill Clinton Lawrence Summers – perché il Nafta ha contribuito a rafforzare la nostra economia grazie alle maggiori esportazioni e a ridurre l’inflazione grazie alle importazioni”. Ciò che il resto del mondo vuole, ha scritto Fareed Zakaria sul Washington Post, è che l’America continui il suo storico compito di liberare l’economia mondiale: “Per un contadino del Kenya l’accesso ai mercati mondiali è molto più importante degli aiuti stranieri o dei programmi delle Nazioni Unite”.
Lontano dal liberismo clintoniano
La grande novità di questa campagna elettorale è la trasformazione della sinistra americana nello schieramento protezionista e populista, in quello più lontano possibile dal liberalismo clintoniano degli anni Novanta e il più vicino al conservatorismo fallimentare di Herbert Hoover della fine degli anni Venti. La tendenza è cominciata già nel 2006 in occasione delle elezioni di metà mandato vinte dal Partito democratico. Ora Obama e Hillary si stanno contendendo i voti in Ohio, uno degli stati che ha sentito di più le difficoltà economiche di questi anni. Il dubbio è che sia soltanto tattica elettorale per raccattare voti addossando in modo qualunquista la colpa sulle multinazionali, sulle corporation, sulle società farmaceutiche e, come ha scritto l’Economist, su tutti “i soliti noti” a cominciare dai paesi stranieri a cui sarebbero stati ceduti posti di lavoro americani in cambio di giocattoli intossicati. Il principale consigliere economico di Obama, il liberista Austan Goolsbee, ha provato a sedare le preoccupazioni del console canadese di Chicago spiegandogli per iscritto di non prendere sul serio la retorica protezionista di questi giorni. La campagna di Hillary sta provando a sfruttare la gaffe degli obamiani, ma per quanto la retorica protezionista sia dettata dalla contingenza di ottenere il sostegno dei sindacati, la tendenza populista dei due candidati rischia di compromettere le chance dei democratici alle elezioni generali di novembre, specie in un momento in cui il repubblicano John McCain sta riassestando la sua piattaforma economica su posizioni ottimiste, liberiste, individualiste certamente più in linea con la tradizione americana.
Christian Rocca