Camillo di Christian RoccaThat's it/8

New York. “Bouchon Bakery”, al terzo piano del Time Warner Building, le due torri gemelle costruite nel 2003 su Columbus Circle, all’angolo sudoccidentale di Central Park. Sede della Cnn, della Lincoln Jazz Orchestra, del più favoloso supermercato della città, di alcuni dei migliori ristoranti di Manhattan e di cento altre cose, il doppio grattacielo di vetro non piace ai newyorchesi con la puzza sotto il naso perché con le sue scale mobili e i suoi spazi asettici è la cosa più ideologicamente lontana dai localini del Village e quindi agli intellettuali dà l’impressione di stare a Dallas, non a New York.
A Franco Zerlenga, pensatore non solo newyorchese, ma integralmente americano, il Time Warner Building piace proprio per questo, perché è la quintessenza multiculturale dell’America. E infatti, malgrado si trovi in una simil Dallas, ordina un francese “Roasted chicken on a country baguette” con “spanish onion conserva, comté cheese and lentil vinagrette” e lo innaffia con un italianissimo cappuccino decaf. Mi regala una biografia di John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti in questi giorni protagonista di una miniserie con Paul Giamatti e Laura Linney su Hbo, e si mette a parlare come al solito delle due sue passioni e ossessioni del momento: Barack Obama e Walter Veltroni. Ex professore di Storia dell’islam alla New York University, registrato al Partito democratico americano, Zerlenga ha appena versato altri 25 dollari alla campagna di Obama ed è entusiasta del discorso sulla razza pronunciato dal senatore lunedì scorso perché, “finalmente, c’è un liberal che non ignora i problemi razziali e che riconosce l’esistenza di un risentimento bianco, oltre alla rabbia nera”. Quanto a Veltroni, Zerlenga dice di averlo visto sul sito della Rai urlare contro il pirata della strada che ha investito e ucciso due ragazze irlandesi: “Diceva che quello avrebbe dovuto pagarla, ma perché non dice le stesse cose di Bassolino e Iervolino? A me Veltroni pare il più grande demagogo mai prodotto dall’Italia, dopo Mussolini”.
Sistemato Veltroni, ma ce ne sarà anche per Massimo D’Alema, Zerlenga torna su Obama, non tanto sul contenuto ma per sottolineare “la differenza tra una democrazia vera come quella americana e una pseudo, come quella italiana: è stato il processo democratico delle primarie a costringere Obama a parlare del suo pastore Jeremiah Wright, qui non si può nascondere niente, lui ci aveva provato, ma in un paese democratico non c’è niente da fare”. That’s it.
“L’America – spiega Zerlenga – è fondata sul logos, sulla parola, sul concetto giudaico-cristiano della comunità costruita intorno alla fiducia reciproca”. In un incontenibile flusso di coscienza, Zerlenga aggiunge che in questo paese le parole contano, anzi “sono come pietre, come direbbero i siciliani, si è responsabili per ciò che si dice, non è come in Italia dove si parla, si parla e nessuno ti ascolta… A chi potrebbero interessare le cose dette, per esempio, dal parroco di Andreotti? A nessuno. E Veltroni perché non si distanzia dall’antisionismo di D’Alema? In America non è così, perché c’è il primo emendamento alla Costituzione – approvato grazie alla delegazione di New York che nel 1776 era stata l’unica ad astenersi sull’indipendenza – che garantisce il freedom of speech, la libertà d’espressione, ma che impone anche l’assunzione di responsabilità per ciò che si dice. Jeremiah Wright non è antiamericano come dice la propaganda clintoniana, è americanissimo nel dire apertamente tutte le cose che dice. Anche Noam Chomsky non è antiamericano, perché poi quando gli chiedono ‘ma allora in quale paese vorrebbe vivere’ dice sempre ‘in America, il paese migliore del mondo’”. (chr.ro)

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