Camillo di Christian RoccaChe dirà il Papa in America?

Milano. Benedetto XVI arriverà alla base dell’aeronautica militare di Andrews, in Maryland, il 15 aprile. Ad attenderlo, sulla pista d’atterraggio, ci sarà il presidente George W. Bush, il quale lo ospiterà la mattina successiva alla Casa Bianca. Il primo viaggio di Papa Ratzinger in America, l’ottavo in assoluto di un Pontefice negli Stati Uniti, durerà sei giorni, avrà diversi momenti pastorali tra Washington e New York all’insegna di “Cristo è la nostra speranza”, ma sono le aspettative politiche della sua visita apostolica a far discutere la capitale americana.
Gli appuntamenti politici da tenere d’occhio sono il discorso che Benedetto pronuncerà sul prato della Casa Bianca il 16 mattina, l’intervento alle Nazioni Unite del 18 aprile e la visita di domenica a Ground Zero prima della grande messa allo Yankee Stadium di New York. Gli analisti si sforzano di immaginare che cosa potrà dire il Papa, in particolare se le sue parole avranno un peso nella campagna elettorale americana e come la sua sfida culturale alla “patologia religiosa” che crea il terrorismo islamico potrà intrecciarsi con la risposta politica e militare elaborata dagli americani agli attacchi fondamentalisti dell’11 settembre 2001.
Il Vaticano ha deciso di rompere la tradizione di stare lontano da un paese nell’anno in cui sono convocate le elezioni, e questa è una novità. I cattolici sono il primo e più consistente blocco elettorale d’America, 64 milioni, circa il 22 per cento della popolazione. Tradizionalmente sono vicini ai democratici, ma dai tempi di Ronald Reagan, a causa della svolta a sinistra del Partito democratico sono in parziale libera uscita, tanto che nel 2004 Bush ha conquistato più voti cattolici del cattolico John Kerry.
La cosa certa è che Benedetto XVI parlerà d’aborto e di difesa dei diritti umani di tutti, dal concepimento alla morte, chiedendo alle Nazioni Unite – nel sessantenario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – a prendere sul serio la difesa della dignità umana. A Washington si chiedono che effetti avranno queste parole sulla corsa presidenziale. “Sbagliano quei commentatori che provano a leggere questo viaggio di speranza del Papa con le lenti politiche e laiche – ha detto John Carr della Conferenza episcopale americana – perché potrebbero mettere la sua profetica difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale in un contesto politico”. Secondo Carr, “quelli che cercano in questa visita un messaggio di parte resteranno delusi”. Gli analisti politici però ricordano la decisione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, sostenuta dall’allora cardinale Ratzinger, di non dare la comunione al candidato democratico Kerry, perché favorevole all’aborto. L’anno scorso, inoltre, i vescovi americani hanno ribadito che un cattolico non può votare per un candidato che ha posizioni abortiste.
L’arcivescovo di Washington, Donald Wuerl, ha ammesso che sarà difficile separare completamente il messaggio pro vita di Benedetto XVI dal contesto politico, tanto più che i due candidati democratici sono favorevoli all’aborto e John McCain no.
L’altro grande tema politico della visita papale è quello della guerra al terrorismo. Il cattolico di sinistra Micheal Sean Winters ha scritto sul Washington Post che, secondo fonti vaticane, il Papa prenderà nettamente le distanze dalla visione del mondo di Bush e denuncerà l’occupazione americana in Iraq. Winters scrive che Bush ha fatto saltare la storica alleanza tra Stati Uniti e Vaticano grazie alla quale è stata vinta la Guerra fredda. Secondo Winters, il Vaticano su Bush ha posizioni simili a quelle delle altre capitali europee, in particolare di Bruxelles, sede dell’Unione europea: “Gli americani provengono ancora da Marte – ha scritto Winters citando il saggio di Robert Kagan sui rapporti transatlantici – e gli europei, comprese le gerarchie vaticane, vengono da Venere”.
George Weigel, ben introdotto in Vaticano, sulla National Review ha ridicolizzato la tesi di Winters, citando fonti d’Oltretevere e ricordando il profilo filoamericano e scettico nei confronti dell’Onu del “ministro degli Esteri” vaticano Dominique Mamberti. Il Papa, ha scritto Weigel, non è un agitatore politico, ma una voce di ragione morale. Il dibattito del 2002 sull’Iraq è del passato, le gerarchie hanno già detto a Bush che ritirarsi dall’Iraq sarebbe un disastro. All’Onu, secondo Weigel, il Papa chiederà al governo iracheno di difendere la minoranza cristiana e “questo significa maggiore coinvolgimento americano, non la fine dell’occupazione”.
    Christian Rocca

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