New York. “Guerra santa”, titolava ieri mattina il Daily News. La storia è questa: il cardinale di New York, Edward Egan, ha scritto un comunicato stampa per criticare l’ex sindaco Rudy Giuliani, cattolico ma favorevole all’aborto, colpevole di aver preso la comunione, assieme alla terza moglie, nel corso della messa celebrata il 19 aprile da Papa Benedetto XVI nella cattedrale newyorchese di San Patrizio. “La chiesa cattolica insegna che l’aborto è un’offesa grave contro il volere di Dio – ha scritto il cardinale sul sito web della diocesi – Durante i miei anni come arcivescovo di New York ho ripetuto questo insegnamento in sermoni, articoli, discorsi e interviste senza esitazioni o compromessi di alcun genere”. Egan e Giuliani, si legge nel comunicato, avevano un accordo, un “understanding”, secondo il quale il sindaco non avrebbe chiesto l’eucarestia per le sue posizioni favorevoli all’aborto: “Mi dispiace profondamente che abbia ricevuto la comunione durante la visita papale qui a New York, cercherò di incontrarlo e insisterò perché continui a rispettare il nostro accordo”. Lo staff di Giuliani ha fatto sapere che l’ex sindaco è pronto a incontrare il cardinale, ribadendo che “la sua fede resta una questione profondamente privata e deve restare riservata”.
La polemica è diventata rumorosa soltanto ora, dieci giorni dopo la messa papale. Giuliani non è stato l’unico politico cattolico e pro choice a mettersi in fila per la comunione: Nancy Pelosi e John Kerry, ma anche Ted Kennedy e Chris Dodd, hanno chiesto e ricevuto la comunione dalle mani dell’arcivescovo Pietro Sambi, il delegato apostolico del Papa negli Stati Uniti, durante la messa di Benedetto XVI del 17 aprile a Washington. La comunione è stata distribuita senza alcun clamore e i giornali non hanno notato la stranezza, visto che il precetto della Conferenza episcopale americana è di non dare l’eucarestia ai parlamentari favorevoli all’aborto.
La decisione della chiesa americana fece notizia nel 2004, quando la decisione sembrò ritagliata contro John Kerry, il primo cattolico dai tempi di John Kennedy a correre seriamente per la Casa Bianca. L’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva dato il via libera ai vescovi americani scrivendo in una nota che “la chiesa insegna che l’aborto e l’eutanasia sono peccati gravi. Ci possono essere legittime divergenze di opinione, anche tra i cattolici, a proposito della guerra e sull’applicazione della pena di morte, ma non riguardo all’aborto e all’eutanasia”.
Le rimostranze di Kerry e le critiche di Nancy Pelosi non servirono a niente, il precetto episcopale non è mai stato ritirato, anche se sul piano pratico soltanto alcuni vescovi rifiutano di dare la comunione, mentre altri preferiscono chiudere un occhio. La critica di Egan a Giuliani è un caso rarissimo di un vescovo che accusa una figura pubblica con nome e cognome, perché solitamente i vertici ecclesiali preferiscono enunciare il principio, senza entrare in dettagli personali. Era successo così anche con Kerry.
Senonché lunedì mattina, sul Washington Post, l’editorialista conservatore Bob Novak ha scritto un articolo per raccontare come gli arcivescovi di New York e Washington avessero “disobbedito a Benedetto”, in particolare Egan, perché Giuliani non è soltanto pro choice, ma anche divorziato due volte e un non frequentatore regolare della chiesa. La reazione di Egan, così come una analoga del cardinale di Washington, Donald Wuerl – ha detto il portavoce dell’arcidiocesi di New York –, nasce proprio dall’articolo di Novak. Il giornalista ha anche citato fonti vaticane che scaricano la responsabilità di quanto avvenuto alle decisioni prese da New York e Washington.

X