New York. L’infinita stagione delle primarie del Partito democratico americano fa tappa, oggi, in Pennsylvania. La partita si chiuderà nello stato dove il 4 luglio 1776 fu scritta la Dichiarazione di indipendenza soltanto se prevarrà Barack Obama, perché a quel punto le pressioni per ritirarsi nei confronti di Hillary Clinton sarebbero enormi. Ma il senatore dell’Illinois è sotto nei sondaggi di sette-dieci punti rispetto all’ex first lady. Ai fini del conteggio finale dei delegati, la vittoria di Hillary in Pennsylvania cambierà poco, perché c’è un sistema di ripartizione proporzionale e il vantaggio generale di Obama è pressoché incolmabile. Allo stesso tempo, però, è impossibile che Obama possa raggiungere il numero sufficiente di delegati necessario secondo le astruse regole del partito a ottenere la nomination alla Casa Bianca. La sfida, quindi, sarà decisa dai cosiddetti superdelegati – i big del partito – o almeno da quelli che non si sono ancora schierati e che potranno scegliere l’uno o l’altra alla convention di Denver di fine agosto.
Hillary può solo sperare di superare Obama in termini di voti popolari, impresa comunque difficile. Obama è avanti sia sui delegati, sia sul voto popolare e sia nel numero di stati vinti. Hillary può vantare soltanto la vittoria in quasi tutti gli stati più grandi, nelle roccaforti democratiche e in quelli decisivi contro il repubblicano John McCain alle elezioni di novembre. Su questo particolare di non poco conto, solo su questo, Hillary spera di convincere il partito a scegliere lei, anziché Obama, a maggior ragione ora che il senatore nero è accusato di essere troppo elitario per convincere i bianchi di ceto medio dell’America rurale. E se lo scrive anche una sua sostenitrice come la regina del radical-chicchismo Maureen Dowd, il problema deve essere davvero serio.
La macchina clintoniana descrive Obama come il campione di un’élite intellettuale distante dai problemi reali della gente normale. Lui si difende ricordando che dopo la laurea ad Harvard è andato a lavorare nei ghetti di Chicago invece che negli studi legali di Wall Street e segnala che tra i suoi più recenti sostenitori c’è Bruce Springsteen, ovvero il cantore dell’America profonda.
Un’analisi della sua straordinaria campagna di autofinanziamento svela, inoltre, che Obama ha quasi un milione e mezzo di piccoli contribuenti, una cifra decisamente superiore a quella su cui contano Hillary e McCain. In quindici mesi Obama ha convinto gli americani a contribuire molto più di quanto abbiano donato ai suoi avversari: 240 milioni di dollari, contro i quasi 195 milioni di Hillary e gli 81 milioni di McCain. Resta il fatto che Obama non riesce ad ampliare la sua base elettorale formata da afroamericani, studenti, e intellighenzia delle grandi città.
Le ultime settimane sono state molto dure, dopo mesi di copertura mediatica in cui Obama è stato omaggiato come una via di mezzo tra John Kennedy e il Messia. Ora che è il candidato favorito, arrivano le prime, tiepide, critiche. E’ cominciato tutto con la vicenda del reverendo Jeremiah Wright, l’amico, confessore e consigliere spirituale che predica odio nei confronti dei bianchi, considera razzisti gli Stati Uniti e s’è quasi rallegrato degli attacchi dell’11 settembre. S’è aggiunto il caso di Tony Rezko, l’imprenditore di Chicago sotto processo per estorsione e riciclaggio che ha finanziato la sua campagna elettorale e che gli ha fatto un paio di favori immobiliari. Obama è riuscito a parare i colpi, malgrado la furia dei clintoniani, ma la sua immagine è stata scalfita.
Il 6 aprile, a una riunione chiusa con i suoi finanziatori liberal di San Francisco, Obama ha fatto una clamorosa gaffe, dicendo che nei piccoli paesi della Pennsylvania e del Midwest la gente “si aggrappa alle armi e alla religione per andare incontro alle proprie frustrazioni” causate dalla crisi economica.
Clintoniani e conservatori si sono scatenati, convinti che sia la prova della sua incapacità di connettersi col paese reale e della sua ineleggibilità. I giornalisti gliene hanno chiesto conto in diretta televisiva, lui vacilla, si lamenta del trattamento, assume toni più duri, si fa fotografare mentre gioca (malissimo) a bowling e prova a rimediare spiegando di avere grandi progetti per i cacciatori e i portatori di armi. Le tv commissionano sondaggi ad hoc, da cui viene fuori che cacciatori e frequentatori di sale da bowling gli preferiscono di gran lunga Hillary, mentre i due si dividono a metà il voto dei bevitori di birra.
A tutto ciò si è aggiunta la notizia di un suo antico rapporto d’amicizia e professionale con William Ayers, uno dei leader dei Weathermen, il gruppo di bombaroli politici degli anni Sessanta. Ayers è un tipino che, proprio l’undici settembre 2001, disse al New York Times di non essersi affatto pentito di aver messo le bombe, semmai di averne messe poche. Obama ha preso le distanze e ha spiegato che Ayers oggi è “un professore a Chicago”. Una giustificazione che, ancora una volta, può apparire elitaria.
Christian Rocca
22 Aprile 2008