La campagna elettorale più bella del mondo è entrata in una fase surreale. John McCain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, è scomparso dai notiziari malgrado stia girando “l’America dimenticata” e si sforzi di proporre innovative riforme del sistema sanitario. Al centro del dibattito politico non ci sono nemmeno le politiche di Barack Obama e Hillary Clinton, i due sfidanti democratici ancora impegnati nelle loro infinite elezioni primarie, anche perché le loro posizioni sono pressoché identiche, con qualche sottile differenza sulla politica estera (Hillary minaccia di bombardare l’Iran, Obama di incontrare Ahmadinejad e di inviare truppe in Pakistan). Ora però sembra che a sfidarsi non siano Hillary e Obama, ma Bill Clinton e Jeremiah Wright, il marito della candidata e il reverendo fuori di testa del senatore nero. Gli effetti sono comici, eppure interessanti. La grande stampa liberal, in piena cotta amorosa per Obama, spara a pallettoni sui Clinton, e in particolare su Bill, come nemmeno i conservatori ai tempi della “vast right-wing conspiracy” di cui parlava Hillary negli anni Novanta. I cantori di Clinton sono improvvisamente diventati i suoi principali accusatori e l’ex presidente che i liberal hanno amato di più negli ultimi quarant’anni (anche perché è stato l’unico, con lo scialbo e disastroso Jimmy Carter) ora viene descritto come la quintessenza della politica politicante, cinica, bara, senza principi né valori. “Benvenuti – ha scritto il Wall Street Journal – noi ve lo diciamo da sedici anni”. Il paradosso è che a difendere l’onore dei Clinton ora sono i conservatori, da Bill Kristol a Karl Rove. Da parte liberal, invece, si sprecano i ritratti su Bill dannoso, gaffeur, irritante. The Nation, il più radicale dei giornali dell’establishment, è arrivato a ricordare che Hillary da giovane lavorava in uno studio legale comunista. Bill, un tempo definito “il primo presidente nero”, ci ha messo di suo: s’è adoperato a confinare Obama al ruolo di candidato nero, aizzando la working class bianca, raccogliendo le critiche dei leader afroamericani e, incredibilmente, accusando Obama di usare la carta razziale contro di lui. Poi è sceso in campo Jeremiah Wright, il consigliere spirituale di Obama convinto che Washington diffonda l’Aids per sterminare i neri, e l’operazione clintoniana è giunta a compimento: Obama resta in vantaggio su Hillary, ma si presenterà indebolito contro McCain e arrivederci al 2012. Questo surreality show però non è del tutto inutile. Le campagne elettorali servono a testare il carattere di chi diventerà comandante in capo. Lamentarsi per le cattiverie clintoniane, non è un buon biglietto da visita presidenziale. Come diceva Harry Truman, subito ripreso da Hillary, “if you cannot stand the heat, get out of the kitchen”, se non sopporti il calore, esci dalla cucina.
30 Aprile 2008