Camillo di Christian RoccaThat's it/9

New York. La “Bottega del vino”, ristorante gemello dello storico locale veronese, si trova sulla cinquantanovesima, a un passo dalla Quinta Avenue, dal cubo di vetro della Apple, dal paradiso dei giocattoli Fao Schwarz e dalla nuova meta dello shopping italiano in città, Abercrombie & Fitch. Franco Zerlenga – pensatore newyorchese, ma di Torre del Greco, esperto di religioni, ma non cattolico, elettore del Partito democratico americano, ma felice come una Pasqua della sconfitta di Walter Veltroni e dell’elezione di Fiamma Nirenstein – ordina un’insalata di frutta e una spremuta d’arancia e si maledice perché lui, di sinistra, è costretto ancora una volta a fare i complimenti a George W. Bush (“brilliant!) per aver ricevuto il Papa in quel modo, “facendolo atterrare alla base di Andrews, dove arrivano solo i capi di stato e dove, solitamente, ad attenderli a bordo pista manda il vicepresidente o il segretario di stato”. Secondo Zerlenga, “Bush ha concluso in bellezza un percorso cominciato nel 1981 da Ronald Reagan. Allora non c’erano relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e il Vaticano, nel 1979 Carter aveva ricevuto privatamente il Papa. Reagan le ha stabilite in modo formale e da allora ogni presidente riceve, incontra e parla con il Papa, ma Bush ha compiuto un gesto simbolico molto importante e ha parlato benissimo da teologo, spiegando che stiamo lottando contro chi, per giustificare le stragi, invoca Dio”.
La prima cosa da dire, spiega Zerlenga con l’insalata di frutta ancora intatta a causa delle dotte riflessioni sul Papa alternate a improperi in ordine sparso nei confronti di Massimo D’Alema, Sergio Romano, Tonino Di Pietro, Emma Bonino e l’intero corpo diplomatico italiano, è che l’America al contrario della Sapienza di Roma fa parlare il Papa, perché “questo è un paese fondato sulla scienza, sulla ragione, sulla fede”. Seconda cosa: “L’accoglienza riservata al Papa da Bush ha fatto finalmente sentire i cattolici americani accettati dall’America, un paese che negli anni della grande immigrazione italiana, irlandese e tedesca della seconda metà dell’Ottocento è stato profondamente anticattolico, tanto che Kennedy nel 1960 ha dovuto convincere i leader protestanti che non avrebbe preso ordini dal Vaticano”.
Zerlenga poi è entusiasta del Papa: “Ha citato la Dichiarazione d’indipendenza e poi George Washington e si è presentato alla Casa Bianca nel giorno del suo compleanno, scatenando i cori del pubblico. Il birthday in America ha un significato profondo, familiare, che non c’è nella tradizione cattolica, dove semmai si dà importanza all’onomastico. Questa è una cultura protestante, il Papa è riuscito a connettersi con il popolo americano, duemila anni di diplomazia non sono passati per niente”.
Zerlenga prende dalla borsa un paio di fotocopie e due libri, uno di Martha C. Nussbaum, “Liberty of conscience” e uno di Michael I. Meyerson, “Liberty’s Blueprint” per spiegare la grandezza della libertà religiosa americana apprezzata dal Papa. Avrebbe voluto portare con sé anche i tre volumi della “Storia della Sicilia” di Francesco Renda e gli otto della “Storia dei musulmani in Sicilia” di Michele Amari, a parziale confutazione di un articolo di Panorama di Sergio Romano prodotto in fotocopia. Romano ha criticato la gestione papale del battesimo di Magdi Allam. Zerlenga: “E’ rimasto nel diciottesimo secolo, scrive che l’unica fede dei liberali è la tolleranza, ma non si rende conto che è un concetto obsoleto, negativo, di un Voltaire che, peraltro, era antisemita. La tolleranza implica un senso di superiorità nei confronti di chi è soltanto tollerato. La vera fede dei liberali è la libertà religiosa, che implica uguaglianza”. That’s it. (chr.ro) 

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