Barack Obama è un grande candidato, ma credo che sarà un pessimo presidente”, dice al Foglio Pete Wehner, un nome pressoché sconosciuto fuori dai circoli che contano di Washington, ma fino all’anno scorso uno degli uomini di punta dell’Amministrazione Bush. Wehner formalmente è stato il vice di Karl Rove, ma anche il numero due del dipartimento degli speech writer bushiani e soprattutto il capo dell’Office of Strategic Initiatives, una via di mezzo tra un cenacolo e un centro studi creato nel 2000 da Rove per fornire al presidente e al suo staff strumenti di approfondimento e conoscenza. Wehner è stato l’analista residente della Casa Bianca, lo studioso dei precedenti storici e delle nuove tendenze culturali, lo stratega incaricato di immaginare le proposte politiche di Bush. Ex democratico, militante kennediano, amico di Bill Kristol, il texano Wehner ha portato gli intellettuali alla Casa Bianca.
Con David Brooks, Wehner è stato uno dei primi conservatori a sottolineare con interesse ed entusiasmo l’avvento di Barack Obama, ma nel corso dei mesi – come del resto Brooks – ha cambiato idea. “Obama è eloquente, elegante, raffinato, in controllo di se stesso e irradia un senso di ragionevolezza – dice convinto Wehner – Riesce a presentarsi come una persona non ideologica anche se, a guardare bene le sue posizioni, è molto ideologica. Obama è molto in sintonia, sia nei toni sia nello stile, con il paese. E’ una presenza calma e, nella maggior parte dei casi, evita di usare una retorica spigolosa”. Gli elogi di Wehner sul fenomeno Obama continuano: “Tra le cose positive metterei anche il fatto che sarà un momento storico e commovente quando l’America eleggerà un afro-americano come presidente, visto che quello razziale è il nostro peccato originale”. Wehner è anche convinto che “Obama potrebbe mettere in un angolo figure politiche come Jesse Jackson e Al Sharpton, una cosa che sarebbe buona sotto qualsiasi punto di vista, perché sono entrambi profondamente faziosi e spericolati: se Obama ce la fa, renderebbe un servizio al paese e migliorerebbe le relazione razziali”. I problemi, secondo l’intellettuale conservatore, cominciano quando dallo stile e dal garbo della persona si passa a valutare le proposte del candidato: “E’ un liberal assolutamente ortodosso, i suoi istinti sono certamente di sinistra e la sua promessa di un futuro post partisan è contraddetto dal suo operato. Non è stato bravo a dare contenuti al suo messaggio rivolto al cambiamento e, quando lo ha fatto, le sue proposte si sono rivelate politiche e talking point democratici ampiamente prevedibili”. In sintesi, spiega Wehner, “lo stile di Obama è di grande effetto, ma la sostanza è debole e se c’è tende molto nella direzione liberal e di sinistra”.
Wehner ha studiato a lungo le posizioni di Obama sulla guerra in Iraq e ha notato varie contraddizioni e posizioni prese dal candidato democratico nel corso degli anni, comprese sostanziose dichiarazioni a favore della politica bushiana in Iraq quando è diventato senatore, malgrado oggi nessuno sembra ricordarsene. “In alcune quetioni – aggiunge Wehner – Obama si è mostrato poco sincero”, mentre oggi la sua posizione sull’Iraq è “altamente irresponsabile”, perché “sembra che si sia sigillato ermeticamente in modo da non assorbire le buone notizie provenienti da Baghdad” e, inoltre, “sembra intenzionato ad adottare una politica che provocherà stragi di massa e probabilmente il genocidio, la rivitalizzazione di al Qaida in Iraq, il trionfo per l’Iran e la destabilizzazione nella regione”.
Il vero punto, secondo Wehner, è che “Obama non ha fatto nulla per distaccarsi dall’ala di estrema sinistra del suo partito. Bill Clinton si era presentato come un ‘Nuovo Democratico’ e aveva proposto il libero commercio e la fine del welfare state, mentre Obama non ha fatto niente di simile. Anzi i suoi voti al Senato non sono diversi da quelli che ti aspetteresti da moveon.org, il gruppo radicale di sinistra”.
Non è finita, secondo Wehner “le sue preoccupanti amicizie – con il reverendo Jeremiah Wright, con il costruttore Tony Rezko e pontenzialmente anche con William Ayers (ex terrorista dei Weathermen, ndr) – sollevano parecchie domande sulla capacità di giudizio di Obama, sul suo coraggio e sulla sua personalità”.
Oggi senior fellow al Ethics and Public Policy Center di Washington, Wehner si chiede se il vero Barack Obama sia “la persona che noi pensavamo che fosse”, perché se in effetti è quella che credevamo a gennaio, all’inizio della sua discesa in campo, “allora non si spiega come abbia fatto a trascorrere quasi vent’anni sotto la guida e l’insegnamento di una persona così radicale e odiosa come il reverendo Jeremiah Wright”. Detto questo, conclude Wehner, “Obama è chiaramente il favorito a diventare il prossimo presidente americano. Per perderla dovrà compiere una serie di grandi errori. Dubito che li farà, ma lo sapremo abbastanza presto”.
Christian Rocca
21 Maggio 2008