Camillo di Christian RoccaThat's it/14

New York. “Cafe Sabarsky”, sulla quinta avenue all’angolo con l’ottantaseiesima strada, rifugio mitteleuropeo dentro la Neue Galerie, il museo di arte tedesca e austriaca di Manhattan. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ha scelto il posto in onore di un’amica, Eva Stefani, “grande siciliana, grande studiosa di Klimt”, compra un libro di Joseph Roth, “Viaggio senza fine” e ordina una Frittatensuppe (zuppa di vitello con raviolino di semolino, crêpes e verdure), un Bratwurst mit Sauerkraut & Röstkartoffen (wurstel con senape, crauti profumati al Riesling e patate arrosto), un Apfelstrudel (strudel di mele), una Bitburger Beer (birra analcolica), un espresso (decaffeinato).
Zerlenga è un fiume in piena, prova a produrre un film, aiuta studiosi americani a condurre ricerche su un comunista di Camporeale (Palermo) ucciso in New Jersey, scandaglia internet per trovare una casa a Denver durante la convention del Partito democratico, introduce temi teologici, loda il contributo degli ebrei all’America, discetta di letteratura europea e americana, snobba il prossimo evento televisivo Hbo, “Recount”, in onda questa domenica sul caos post elettorale in Florida del 2000, è pronto a partecipare al World Science Festival di fine maggio, loda il discorso di Bush alla Knesset, critica quello ottimista e ingenuo pronunciato in Egitto e nota come il pastore che ha sposato sua figlia “è un negro, elettore di Obama”.
Le prime impressioni sono sulla sfida infinita tra Hillary e il suo Obama: “Chi si stupisce non non vuole capire che gli americani si rammaricano di una cosa sola: di non poter eleggere Dio”. L’analisi di Zerlenga è che stiamo vivendo un momento epocale, perché comunque vada a finire la gara per la Casa Bianca, la società americana si sta liberando dei residui e dei fantasmi e delle colpe del razzismo. Hillary, continua Zerlenga, non si ritirerà, perché “chi si ritira è una ‘quitter’, una che abbandona la corsa senza dignità. E poi – aggiunge – chi l’ha detto che ha già perso? Il 31 maggio, in diretta tv, c’è la riunione del Partito democratico che deciderà che cosa fare con i delegati della Florida e del Michigan, è ancora tutto aperto. E’ bellissimo, anzi penso di andare a Denver una settimana prima della convention, intorno al 20 agosto”.
L’ex professore di storia dell’Islam alla NYU apre una parentesi italiana con cui da Mara Carfagna arriva alla Corte Suprema della California: “Che è ’sta cosa del patrocinio? Ma quale patrocinio, la Carfagna ha fatto bene a dire di no ai gay, ma secondo voi Bloomberg dà un patrocinio al Gay pride di New York? Non esiste. La società civile deve essere lasciata libera. Se Berlusconi non vuole andare alla prima della Scala non ci vada, non è che qui scoppiano polemiche se il governatore Paterson non va alla prima del Metropolitan. Ci va o non ci va, that’s it. Lo Stato si occupa soltanto di garantire la sicurezza ai cittadini che esprimono le proprie idee e i gay farebbero bene a battersi politicamente, invece che a sperare nel Deus della Corte Suprema”. Zerlenga avvia una riflessione costituzionale, citando a memoria brani del Federalista sulla separazione dei poteri, ricordando che Alexander Hamilton definiva il congresso “the Tumultuous Congress” e spiegando perché la bandiera è simbolo progressista e unitario, non una degenerazione patriottica come si pensa nell’Europa che è stata fascista e nazista, tanto è vero che il diritto a bruciarla è considerato “freedom of speech” tutelato dal primo emendamento: “Gli americani si definiscono tali in base al first amendment”.
Zerlenga è convinto che sia sbagliato affidarsi al ruolo legislativo delle corti, come quella californiana che ha legalizzato il matrimonio omosex. Gran parte del Partito democratico, a cui Zerlenga è registrato, non la pensa così, ma lui spiega che “in America non esiste la linea di partito, io ero contrario alla posizione pro guerra in Iraq del mio partito, ma non ho perso la facoltà di essere libero e di dire ciò che voglio”. (chr.ro)

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