Camillo di Christian RoccaThat's it/13

New York. “Cafe Lalo” sull’83esima strada, tra Broadway e Amsterdam Avenue, atmosfera parigina-chic, formidabile collezione di torte, tra cui 27 tipi diversi di cheesecake, reso immortale da “C’è posta per te” di Nora Ephron, più che un film una dichiarazione d’amore nei confronti dell’Upper west side. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga si siede più o meno dove Meg Ryan aspetta il primo e urticante incontro al buio con Tom Hanks, ordina un sandwich Portabello con funghi trifolati in olio di tartufo nero e aglio, accompagnato da insalata verde, zucchine e peperoni, una sugarless cheesecake, un cappuccino decaffeinato e parte con una filippica contro la dittatura del politicamente corretto. Ormai, spiega l’ex professore di islam alla New York University, la gente confonde il pensiero liberal con il politicamente corretto, quando invece sono due cose profondamente diverse: “Il New York Times e il Washington Post, per esempio, non sono più giornali liberali, sono politicamente corretti. Ma non è un problema che ha solo la sinistra, anche Bush ne è vittima, infatti ha chiamato ‘guerra al terrorismo’ la guerra all’islam che, tra parentesi, non è una religione, ma una dottrina politica inventata da Maometto, scopiazzando qua e là, e avendo come modello l’Impero bizantino”.
Il professore newyorchese non si trattiene su questo tema, su cui studia da tempo, fa solo una pausa per dire che il discorso di Silvio Berlusconi alla Camera gli ha ricordato il saggio numero 10 del Federalista, quello scritto da James Madison (a conferma Zerlenga estrae dalla borsa la raccolta integrale dei saggi di Madison, Hamilton e Jay). Poi  dritti sul politicamente corretto, “una dottrina nata con la rivoluzione russa, elaborata dai comunisti, creata per negare la libertà di espressione, e oggi di gran moda negli Stati Uniti”. C’è anche in Don Chisciotte, continua Zerlenga stranamente sprovvisto di copia in castigliano del capolavoro di Cervantes: “Don Chisciotte descriveva Dulcinea come la più splendida creatura della terra, ma non era vero, non l’aveva mai vista”.
Il p.c. (cioè il politicamente corretto, ma eventualmente anche il Partito comunista), secondo Zerlenga è “un sistema di pensiero che definisce la realtà secondo i propri desideri, è un pensiero totalitario, subito preso a modello dall’Europa, alla faccia dell’antiamericanismo”. Non è, continua il professore, un modo elegante per non urtare la sensibilità altrui, “quella si chiama buona educazione ed è un’altra cosa”, il politicamente corretto è “confondere uno statement of fact con uno statement of value, mischiare la realtà con un giudizio di valore” oppure, più terra terra, è “un medico che diagnostica al paziente un raffreddore, invece del cancro, per evitare che ci rimanga male”.
L’obamiano Zerlenga, non ancora convinto che i giochi delle primarie siano fatti perché “a teatro dopo il primo atto c’è il secondo, non si passa subito al terzo perché tanto si è capito come va a finire”, riconosce che Hillary Clinton ha fatto una gran cosa a dire abbastanza apertamente che la working class bianca non vota Obama, proprio perché ha polverizzato “la disonestà intellettuale del politicamente corretto”. Ora, finalmente, “il marcio viene fuori, quel sottile razzismo di cui prima non si poteva parlare perché coperto dal politicamente corretto viene tolto da sotto al tappeto grazie al processo democratico ed esposto alla luce del sole. Qui in America si dice che ‘sunlight is the best disinfectant’, la luce del sole è il miglior disinfettante”. That’s it.     (chr.ro)