Barack Obama ha rinunciato al finanziamento pubblico per la sua candidatura presidenziale. Si tratta di 84 milioni di dollari che le casse federali gli avrebbero versato per condurre gli ultimi due mesi di campagna elettorale sollevandolo dall’impegno di chiedere denaro a privati, aziende e gruppi di interesse (o, se volete, imponendogli questa regola di condotta). E’ la prima volta che succede dal 1976, da quando il sistema di “public funding” è stato creato per tenere lontane le lobby dalla politica. La decisione è ancor più clamorosa perché Obama, in realtà, è un sostenitore del finanziamento pubblico e in passato aveva anche promesso di adeguarsi alle sue regole. Da tempo, però, pensava di fare diversamente, perché in questi mesi è riuscito a creare su Internet una formidabile catena di S. Antonio elettronica che gli garantisce molti più soldi di quelli pubblici. Lo staff di McCain è passato all’attacco, ribadendo una tesi che fa fatica a trovare spazio sui giornali, ovvero quella di un Obama in fondo non molto diverso dai politici tradizionali che promettono di tenere a bada le lobby, ma poi non mantengono la parola.
L’argomento di Obama invece è forte ed è l’essenza stessa del suo straordinario successo politico che è basato sul sogno e sulla speranza, ma anche su una innovativa rete tecnologica di sostenitori e militanti che non ha precedenti nella storia politica moderna. Obama è riuscito a trasportare in politica il modello di network sociale che ha fatto la fortuna dei siti come Facebook e MySpace. Il risultato è che oggi può contare su ottomila gruppi tematici o locali spontanei e autofinanziati, su 750 mila militanti attivi e su un bacino di piccoli finanziatori da 5, 10 o 20 dollari ciascuno che ha già alimentato la campagna con quasi 300 milioni di dollari e che potrà continuare a farlo. Obama ha chiamato questo suo sistema “un modello parallelo di finanziamento pubblico”, visto che i soldi arrivano dai piccoli versamenti della gente comune. Ma ovviamente non è solo così: i grandi finanzieri di Wall Street e i dirigenti degli hedge fund sostengono lui, non McCain, e non soltanto perché tradizionalmente Wall Street sta con i democratici, ma anche perché Obama rispetto all’imprevedibile McCain è considerato più malleabile (nei giorni scorsi ha nominato a capo del suo staff economico un protegé di Bob Rubin, guru liberista clintoniano e garante politico di Wall Street). 
Obama ha dato un contributo moderno, innovativo e popolare alla questione dei finanziamenti della politica, ma l’esperienza ultradecennale di un piccolo giornale d’opinione come il nostro, che vive anche grazie al contributo pubblico, dimostra che i soldi dello stato spesso garantiscono il pluralismo, tengono a bada le lobby e aiutano a restare indipendenti dalla folla.

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