Settemila persone, ieri mattina, hanno applaudito l’intervento di John McCain all’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee. L’Aipac è la più importante lobby filo israeliana d’America, alla cui conferenza annuale di Washington partecipano i candidati presidenziali e i leader congressuali democratici e repubblicani. La conferenza si è aperta con il discorso di McCain e si concluderà domani con l’intervento di Barack Obama e Hillary Clinton, in mezzo parlerà il gotha della politica e dei centri studi americani e israeliani (c’è anche il premier Ehud Olmert). Il punto centrale, come l’anno scorso, è l’Iran, nelle parole di McCain “il principale sponsor mondiale del terrorismo nonché minaccia destabilizzatrice dell’intero medio oriente, da Bassora a Beirut”.
L’Aipac, con una lettera, ha invitato i partecipanti a “trattare con calore, deferenza, rispetto e apprezzamento” gli interventi degli oratori, perché “come ci comporteremo durante la conferenza, individualmente e collettivamente, sarà una questione di grande importanza”. Difficile che l’avvertimento riguardasse un’improbabile reazione scomposta al discorso di McCain. L’Aipac, piuttosto, teme che Obama e la sua proposta di voler incontrare senza condizioni Ahmadinejad possa essere accolta male.
McCain ha cominciato col ricordare la relazione speciale tra Stati Uniti e Israele, iniziata con la decisione del presidente democratico Harry Truman sessant’anni fa. Nessuno, in America, mette in dubbio la difesa di Israele, ma sullo sfondo c’è la partita presidenziale su come affrontare la ricorrente minaccia iraniana, reiterata ancora ieri dal presidente Mahmoud Ahmadinejad e dal neo speaker del Parlamento Ali Larjani.
McCain ne ha approfittato per giudicare sbagliata, illusoria e ingenua la proposta di Obama e per ricordare la sua opposizione all’emendamento, approvato da tre quarti del Senato, che ha definito “organizzazione terroristica” la Guardia Rivoluzionaria iraniana. Obama ha replicato accusando McCain di voler continuare la politica di George W. Bush, sottolineando però di essere impegnato a difendere Israele. McCain ha ridicolizzato l’idea che gli iraniani stiano facendosi la bomba perché Bush non vuole sedersi a un tavolo con Ahmadinejad: “Come se non ci avessimo pensato”. Gli europei, ha ricordato McCain, sono in trattative con Teheran da molti anni e varie Amministrazioni americane hanno provato a parlare con gli ayatollah, a cominciare da quella Clinton. Ci sono state aperture, proposte di normalizzazione dei rapporti, allentamenti delle sanzioni e le scuse pubbliche di Madeleine Albright, “ma l’Iran ha rifiutato, anche con Khatami – un uomo meno radicale dell’attuale presidente”. Un vertice con Ahmadinejad, secondo McCain, non porterebbe a nulla se non a trovare “un pubblico mondiale per le chiacchiere antisemite di un uomo che nega l’Olocausto e ne vuole cominciare un altro”.
Uno spettacolo di questo tipo, secondo il candidato repubblicano, danneggerebbe i moderati e i dissidenti iraniani, assicurando rispettabilità ai radicali e ai falchi del regime. Obama è stato criticato anche per aver scommesso sul fallimento della nuova strategia irachena di David Petraeus, un cavallo di battaglia di McCain, specie ora che tutti, anche i giornali liberal, si accorgono che sta funzionando. McCain crede che la sicurezza di Israele e la deterrenza nei confronti di Teheran passino dal successo in Iraq, dove gli iraniani sostengono gli estremisti sciiti che uccidono gli americani e gli iracheni.
“La continua ricerca iraniana di armi nucleari – ha detto McCain – pone un rischio inaccettabile, un pericolo che non dobbiamo permetterci”. Il senatore non ha parlato di intervento militare, ma ha indicato una via internazionale, con o senza l’Onu, per imporre progressivamente sanzioni politiche ed economiche sempre più forti e, soprattutto, per lanciare una grande campagna di disinvestimenti dall’Iran, sul modello di quella che ha aiutato il Sud Africa a liberarsi dell’apartheid: “Se le persone, le aziende, i fondi pensione e le istituzioni finanziare di tutto il mondo disinvestiranno dalle società che fanno affari con l’Iran, le élite radicali che guidano il paese diventeranno ancora più impopolari di quanto lo siano adesso”.
3 Giugno 2008