Camillo di Christian RoccaVota Antonia (ma per chi?)

New York. Una delle tante microbattaglie tra John McCain e Barack Obama si combatte per la conquista del voto delle donne, il 54 per cento dell’elettorato americano. I due candidati alla Casa Bianca, in particolare il senatore repubblicano, stanno rimodulando le proprie campagne per convincere l’elettorato femminile e, tra le ipotesi allo studio di entrambi i contendenti, c’è anche l’idea di nominare una donna come vicepresidente. McCain ha un problema evidente con le donne, segnalato dai sondaggi. Obama, invece, deve provare a riconquistare le elettrici di Hillary Clinton, in buona parte convinte che l’ex first lady abbia pagato un eccessivo sessismo ai confini della misoginia da parte dei media, della campagna di Obama e della società statunitense. Non sono poche le donne che ricordano di aver ricevuto il diritto al voto ben dopo che è stato riconosciuto ai neri.
La battaglia per il voto femminile non è nuova. Nel 2004 George W. Bush ha ottennuto il voto del 48 per cento delle donne, contro il 51 di John Kerry, cinque punti in più rispetto al 2000 quando pareggiò con Al Gore. I sondaggi odierni sono più favorevoli a Barack Obama, ma la ferita della gara con Hillary fatica a rimarginarsi. Il Wall Street Journal di ieri ha pubblicato un sondaggio secondo cui Obama otterrebbe il 52 per cento del voto femminile, contro un misero 33 per cento che sceglierebbe McCain (il resto è indeciso). Secondo la Gallup, il divario tra i due candidati è inferiore, 47 a 42, ma comunque in crescita a favore di Obama ogni giorno che ci si allontana dall’uscita di scena di Hillary.
Il grande vantaggio femminile di Obama si basa sulle donne nere e su quelle che vivono in città. Nel primo caso conta lo straordinario consenso degli afroamericani per il candidato di colore, nel secondo il limpido record di Obama a favore del diritto di interrompere la gravidanza, statisticamente più sentito nelle grandi città.
Il senatore repubblicano, invece, è in vantaggio con le “white suburban women” che rappresentano il dieci per cento dell’elettorato. Questa categoria di donne bianche che vivono fuori dalle metropoli preferisce comunque un presidente democratico a uno repubblicano, con un margine di undici punti. I sondaggi mostrano che se il candidato democratico fosse Hillary, l’ex first lady conquisterebbe questo gruppo con quattordici punti di scarto su McCain. Con Obama, invece, McCain è avanti di sei punti percentuali.
La partita si gioca qui. I sondaggi mostrano che se Obama scegliesse Hillary come vicepresidente, un’ipotesi altamente improbabile, i democratici ridurrebbero lo svantaggio. Un’altra idea al vaglio del team Obama è prendere come vicepresidente Kathleen Sebelius, la governatrice del Kansas che a gennaio i democratici hanno scelto per ribattere in diretta televisiva al discorso sullo stato dell’Unione di George W. Bush. Moderata, proveniente da uno stato conservatore, Sebelius potrebbe convincere le elettrici clintoniane e un’ancora più ampia fetta di voto femminile a scegliere Obama.
Il fronte McCain non sta a guardare, vaglia l’ipotesi di affiancare al senatore la giovane governatrice dell’Alaska Sarah Palin (e magari anche Condoleezza Rice) e sfrutta la freschezza di Meghan McCain, la figlia del candidato, curatrice di un seguitissimo blog (mccainblogette.com) e autrice di un libro per bambini sulla storia di suo padre che uscirà nella prima settimana di settembre. McCain, soprattutto, schiera la sua amica e copresidente della sua campagna, Carly Fiorina, l’ex boss della Hewlett Packard che per anni è stata la donna più potente d’America.
Oltre a Carly Fiorina, McCain può vantare tra i suoi top advisor anche Meg Whitman, l’ex Ceo di eBay, il sito di aste online. Sciorinare nomi di donne e partecipare a trasmissioni televisive con pubblico femminile come “The View” e “Ellen”, però, non basta a conquistare il voto femminile, tanto più che ambienti liberal cominciano a far circolare la vecchia e penosa storia del divorzio di McCain dalla prima moglie, un’ex modella rimasta invalida dopo un incidente stradale del 1969, mentre McCain era prigioniero dei vietcong, e lasciata undici anni dopo per la giovane, bella, ricca e attuale seconda moglie Cindy.
La sfida per McCain è in salita. Carly Fiorina ha avviato una campagna finalizzata a convincere le donne e martedì ha riunito per la prima volta la task force “Women for McCain” per ridurre il gap di genere con Obama. La prima regola è lodare Hillary Clinton e la sua campagna giunta a un passo dalla storica nomination di una donna e, soprattutto, di sfruttare quel sentimento di stizza che ancora non fa accettare la sconfitta a numerose sue sostenitrici. Per alcune organizzazioni femministe, ha scritto New Republic, Hillary è stata battuta da un partito misogino alleato con una stampa servile, come se la vittoria di Obama fosse una specie di ripetizione della contestata elezione di Bush nel 2000. Secondo questa visione, Obama è l’emblema dell’arroganza del giovane maschio che prevarica su una donna ben più capace. Hillary, insomma, è una martire del femminismo, Obama il suo carnefice e le elettrici clintoniane sentono di aver sperimentato sulla loro pelle l’umiliazione femminile di mezza età.
Tutto ciò comincia a vedersi in giro per il paese, tanto che ieri Carly Fiorina ha incontrato in Ohio un gruppo di sostenitrici di Hillary riunite nell’associazione “Women for Fair Politics” per convincerle a votare McCain. Già nei giorni scorsi, il gruppo di donne clintoniane ha ospitato sul suo sito un video della Fiorina a favore di McCain e un sondaggio sulle prossime elezioni che non prevede l’ipotesi di votare Obama, ma soltanto “McCain”, “scrivere comunque Hillary” e “astensione”. Sabato sarà lo stesso McCain, sempre accompagnato da Fiorina, a ospitare un incontro virtuale su Internet con le sostenitrici di Hillary.
Il quartier generale di Obama è preoccupato, ma spiega agli analisti che questa volta il senatore dell’Illinois non ha Hillary come avversario, ma un candidato repubblicano con un record antiabortista al cento per cento: “Questa volta la scelta è tra due candidati che hanno precedenti completamente diversi sulle questioni femminili – ha detto al Washington Post la consigliera di Obama Anita Dunn – e nessuno dei due è una donna”.
McCain scommette sul fatto che le donne non siano elettrici “single-issue”, cioè che non votino soltanto per difendere il diritto loro e delle loro figlie ad abortire. Anche Obama ne è consapevole e sta elaborando una strategia per andare incontro alle esigenze economiche delle donne, le più deboli in questi tempi di recessione percepita. McCain punta sulle “security mom”, le mamme preoccupate dal futuro minacciato dal pericolo terrorista, le stesse che nel 2004 hanno scelto Bush, ma nemmeno lui rinuncia a concentrarsi sulle questioni economiche e a proporre misure e aiuti finanziari ad hoc. Le donne, ha scritto ieri sul New York Times il columnist liberal Nicholas D. Kristof,  nella politica americana fanno una grande differenza, ma bisogna fare attenzione a non esagerarla.
    Christian Rocca

X