New York. Alla fine George W. Bush ci aveva visto giusto a cambiare rotta e a inviare più soldati in Iraq. La sua strategia funziona, i risultati si vedono e abbandonarla senza tenere conto della situazione sul campo è considerato senza alcun senso da tutti e, in particolare, dal prossimo presidente degli Stati Uniti. Chiunque arriverà dopo Bush, infatti, seguirà la sua stessa strada.
John McCain ne è convinto da prima dello stesso Bush, tanto che i democratici più spavaldi chiamavano “strategia McCain” il “surge” di soldati in Iraq guidato dal generale David Petraeus. Barack Obama, invece, fino all’altroieri era contrario al “surge”, ma giovedì ha cambiato idea e ha spiegato che “raffinerà” la sua strategia sulla base delle indicazioni di Petraeus. Il candidato democratico, come tutti i leader del suo partito, era convinto che la guerra fosse persa e che la nuova strategia Bush-Petraeus-McCain avrebbe peggiorato la situazione. E’ successo esattamente il contrario: l’ala irachena di al Qaida è stata sgominata, le milizie filoiraniane depotenziate, gli ex nostalgici del dittatore pacificati e le tribù sunnite si sono alleate con gli americani.
I leader democratici, con Obama in testa, hanno fatto fatica ad accettare questa nuova realtà. Prima hanno provato a negarla, poi quando anche le inchieste dei giornali liberal hanno confermato la diminuzione della violenza, hanno spiegato che il miglioramento delle condizioni di sicurezza non aveva influito sulla riconciliazione nazionale irachena. Il Congresso, a maggioranza democratica, aveva imposto a Bush diciotto obiettivi politici che il nuovo governo iracheno avrebbe dovuto rispettare se avesse voluto continuare a godere dell’aiuto americano. Ma anche su questo i calcoli dei democratici sono stati fatti male: il miglioramento politico è in corso e l’ultimo rapporto, stilato dall’ambasciata a Baghdad, considera raggiunti 15 obiettivi su 18. Si terranno presto anche le elezioni provinciali con la piena partecipazione politica dei sunniti. Sono passati pochi mesi da quando i sostenitori di Obama di MoveOn.org hanno accusato di tradimento il generale Petraeus, ma sembrano anni. All’inizio di questa settimana Obama ha preso le distanze da MoveOn e finalmente ha difeso Petraeus, in vista di un loro incontro a Baghdad.
La linea ufficiale di Obama, ancora consultabile sul suo sito e sul suo programma, era quella di ritirare le truppe americane dall’Iraq fin dal primo giorno della sua presidenza e di completare l’operazione in sedici mesi, a prescindere dalla situazione sul campo. Su questo, Obama ha vinto le primarie, costringendo la più moderata e realista Hillary a rincorrerlo sul lato sinistro. Ora ha cambiato idea, confermando di possedere una certa dose di cinismo volta a sottrarre a McCain i suoi punti di forza. Le prime avvisaglie risalgono a marzo, quando la sua consigliera di politica estera, Samantha Power, aveva detto alla Bbc che il presidente Obama avrebbe certamente avuto bisogno di un nuovo piano sull’Iraq, diverso da quello “ritirista” delle primarie. Con quella rivelazione, la Power aveva messo talmente in imbarazzo la campagna – ben più di una battuta infelice su Hillary Clinton – da essere costretta a dimettersi dal team di consiglieri di Obama. Un altro segnale anticipatore della giravolta irachena è stato il recentissimo rapporto – scritto da Colin Kahl, uno degli advisor di Obama sull’Iraq – pubblicato dal suo centro studi di riferimento per le questioni di politica estera, il Center for a New American Security. Un anno fa, lo stesso think tank aveva suggerito il ritiro dall’Iraq. Ora non più. Per non parlare delle voci di una conferma al Pentagono dell’attuale segretario alla Difesa, Bob Gates.
Il New York Times ha pubblicato un editoriale imbarazzato e scioccato, dopo le numerose piroette obamiane su pena di morte, finanziamento pubblico, porto d’armi, leggi antiterrorismo, trattati di libero scambio e welfare religioso. Per fortuna, ha scritto il Times in modo imprudente, le differenze con McCain restano evidenti su Iraq, tasse e giudici supremi. Non più, almeno sull’Iraq. E anche sull’aborto, ieri, Obama ha detto che i problemi psicologici non possono essere causa legittima di interruzione di gravidanza nelle ultime settimane di gestazione.
5 Luglio 2008