New York. Un anno fa la campagna di John McCain era sull’orlo del fallimento politico e finanziario. Il senatore dell’Arizona non aveva più un dollaro e i sondaggi lo segnalavano agli ultimi posti tra i candidati repubblicani alle primarie di partito. Giornali e televisioni alternavano necrologi a requiem e la partita per il ribelle McCain sembrava chiusa. Ma gli analisti non avevano fatto i conti con McCain, un politico notoriamente capace di dare il meglio di sé in situazioni disperate, le uniche in cui riesce a liberarsi e a essere realmente se stesso. L’anno scorso, la sua scelta è stata di non mutare di un millimetro la linea politica, ma di cambiare la squadra. Alla fine, grazie anche al successo della nuova strategia irachena di George W. Bush e del generale David Petraeus che McCain aveva invocato per anni, il candidato repubblicano è riuscito a risalire le posizioni fino a vincere le primarie del Grand Old Party.
Mercoledì sera, esattamente dodici mesi dopo il rimpasto delle primarie, McCain ha ricambiato il vertice della sua squadra, presentando la versione 3.0 della sua campagna elettorale. Il nuovo stratega politico è il trentasettenne Stephen Schmidt. Chiamato “il sergente” da McCain e “bullet”, pallottola, da Karl Rove, Schmidt ha preso le redini di una macchina politica che fin qui è sembrata priva di una strategia efficace e di un messaggio coerente, specie se paragonati alla geometrica potenza dell’organizzazione di Obama. Schmidt è stato vicedirettore della comunicazione della campagna di rielezione di Bush nel 2004, consigliere di Dick Cheney ed è considerato un uomo di Rove. Altri ex collaboratori dell’architetto delle vittorie bushiane sono entrati nel nuovo quartier generale di McCain, ma questo non vuol dire che il senatore sterzerà a destra il baricentro delle sue operazioni politiche, anzi potrebbe accadere il contrario. Schmidt, infatti, è stato il manager dell’ultima campagna elettorale centrista del governatore della California Arnold Schwarzenegger. Il sergente Schmidt porterà disciplina, determinazione e decisione al team McCain, elementi fondamentali per evitare che la stampa cominci a dare anzitempo per finita la candidatura del senatore. Lunedì McCain comincerà un tour di cinque giorni per presentare il suo piano “jobs first”, “posti di lavoro prima di tutto”, e per offrire agli americani una convincente strategia di sicurezza economica.
I sondaggi non sono ancora disastrosi per McCain, malgrado la percezione sia opposta e nonostante lo straordinario successo del fenomeno Obama. I due candidati sono statisticamente appaiati, con un leggero favore per il senatore democratico, anche se ancora inferiore ai sei e ai quindici punti di vantaggio che quattro e venti anni fa di questi tempi John Kerry e Mike Dukakis, poi sconfitti, avevano contro Bush figlio e padre.
Negli ultimi giorni, però, la gestione della campagna di McCain aveva sollevato numerose critiche dentro il partito per i tanti errori di comunicazione e per la mancanza di un messaggio chiaro, malgrado la riduzione del gap finanziario con Obama e il sostegno di cento leader religiosi che fino a qualche tempo fa avevano espresso grande ostilità nei suoi confronti.
Schmidt è l’uomo della chiarezza comunicativa, al punto che un big repubblicano ha detto che se si trovasse in bolletta si limiterebbe ad assumere “Schmidt e un centralinista”. A 135 giorni dalle elezioni, i democratici si troveranno di fronte a un avversario più concentrato e soprattutto deciso a ricordare al paese che, parole di Schmidt, “Obama non ha mai messo la sua carriera in gioco per una causa più grande di se stesso”.