Camillo di Christian RoccaUno, nessuno, centomila Obama

Nessuno sa chi sia veramente Barack Obama, forse nemmeno lui. Il quarantaseienne candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti è contemporaneamente il più di sinistra dei politici americani giunti a un passo dalla Casa Bianca, ma anche il più conservatore dei leader liberal degli ultimi quarant’anni. Viene paragonato a grandi presidenti democratici come Kennedy, ma anche al campione della rivoluzione conservatrice Ronald Reagan. Obama è amato dai radical e dai moderati, dai falchi e dalle colombe, dai laici e dagli uomini di fede. Piace anche a destra, come non è mai piaciuto nessun big del Partito democratico.
La stampa non aiuta a dissolvere i dubbi, perché dopo oltre un anno e mezzo è ancora infatuata del senatore. Obama è raccontato come fenomeno, come tendenza, come mito. Qualsiasi cosa faccia o dica è storica, epocale, profetica e non importa se in netta contraddizione con un’altra cosa storica, epocale, profetica di un paio di giorni prima.
Di Obama si sa che è cool, fighissimo, si sa poco, invece, di ciò che pensa. Pochissimo dei suoi continui cambi di posizione. Niente di come si comporterà una volta eletto alla Casa Bianca. Negli ultimi dieci giorni ha sterzato parecchio a destra, sollevando qualche piccolo malumore. C’è chi dice che in fondo sia tutto normale, perché è un classico vincere le primarie democratiche con una piattaforma di sinistra e poi spostarsi strategicamente al centro nella corsa finale col candidato repubblicano.
Quando Hillary Clinton, o prima di lei suo marito Bill, salterellavano da sinistra a destra e si esercitavano nell’arte della triangolazione politica, tutti sapevano che in realtà loro erano di sinistra, oltre che cinici al punto da non porsi il problema di abbracciare temi di destra pur di mantenere il potere.
Obama, però, è un candidato diverso. L’essenza stessa della sua proposta è farla finita con i soliti giochetti della politica politicante di Washington. Lui è il candidato del cambiamento, del sogno, della rivoluzione etica e morale della politica americana, uno che non prenderebbe mai una posizione per puro calcolo politico. Obama ha cominciato la sua corsa come il candidato post razziale e post partisan, l’unico capace di unificare il paese e di porre fine alle guerre culturali avviate negli anni Sessanta. In campagna elettorale, a causa dei tardivi colpi dei Clinton, è emerso un lato elitario e radicale della sua personalità politica. Vinta la gara con Hillary, Obama non si è soltanto spostato al centro, ha cambiato posizione su quasi tutto.
Nel giro di pochi giorni, Obama ha detto di essere favorevole alla pena di morte per gli stupratori di bambini (era contrario), favorevole al diritto a portare armi (era per una rigida regolamentazione del porto d’armi), favorevole alle procedure antiterrorismo elaborate da Bush (in precedenza aveva votato contro il Surveillance Act e aveva annunciato un ostruzionismo nel caso Bush avesse insistito); favorevole ai trattati di libero commercio (aveva vinto le primarie dicendo di essere contrario); favorevole all’idea di patria e di patriottismo (aveva rifiutato di indossare la spilletta con la bandiera americana); favorevole agli aiuti federali per le associazioni religiose (uno dei capisaldi del conservatorismo compassionevole di Bush); favorevole alla raccolta privata di fondi elettorali (sosteneva il finanziamento pubblico per tenere lontani dalla politica i soldi delle lobby). A giorni, secondo il New Yorker, cambierà posizione sul ritiro immediato dall’Iraq e dopo l’incontro a Baghdad con il generale David Petraeus potrebbe annunciarlo, magari sulla base dell’ultimissimo rapporto contrario a un calendario rigido di ritiro stilato dal suo centro studi di riferimento, il Center for a New American Security.
Si può pensare che i suoi continui cambiamenti di fronte su temi così importanti siano soltanto politica politicante, ma se fosse così Obama non sarebbe più il nuovo Messia, ma una versione yankee di Clemente Mastella. Magari Obama crede nelle cose che sta dicendo, ma allora ha ragione il Wall Street Journal e Obama è una versione cool di Bush. Se, invece, cambia idea per semplice indecisione, allora Obama è il nuovo John Kerry o un clone di Jimmy Carter. Ma è più probabile che Obama non si curi delle sue acrobatiche giravolte, tanto la stampa è in adorazione e non scriverà mai cose cattive su di lui. In questo caso, Barack Obama sarebbe il più grande politico di tutti tempi.
    Christian Rocca

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