Camillo di Christian RoccaIl canto americano

Il re della commedia demenziale fa un film elettorale che prende in giro Michael Moore e i liberal pacifisti

Allacciatevi le cinture di sicurezza. Il 3 ottobre, un mese prima del voto presidenziale del 4 novembre, nei cinema degli Stati Uniti esce “An American Carol”, il nuovo film del re della commedia demenziale David Zucker (“L’aereo più pazzo del mondo”, “Top secret”, “Una pallottola spuntata”) con John Voight, James Woods, Leslie Nielsen, Dennis Hopper. “Il canto americano”, vagamente ispirato al “Canto di Natale” di Charles Dickens, non vincerà l’Oscar in nessuna categoria, ma è il film più politicamente scorretto dell’anno e una formidabile presa in giro della sinistra pacifista e del conformismo di Hollywood.
“An american Carol” è la storia di un regista americano, ma antiamericano, uguale identico a Michael Moore, cappellino da baseball compreso. Il regista si chiama Michael Malone, ha appena girato il film “Die You American Pigs”, “dovete morire, porci americani”, e insieme al gruppo estremista Moovealong.org (l’originale si chiama MoveOn.org) vuole abrogare il quattro di luglio, la festa dell’indipendenza.
Nel corso del film, Malone-Moore è inseguito dai fantasmi di tre eroi americani: George Washington, George Patton e John F. Kennedy, i quali lo prendono spesso a schiaffi e lo portano in giro per mostrargli come sarebbe il mondo se l’America non avesse combattuto le sue guerre. Il generale Patton porta Malone-Moore a vedere una moderna piantagione di cotone, con molti schiavi neri che ringraziano il regista per essere un padrone così umano. Sono gli schiavi di Malone, spiega Patton all’attonito regista, come a dire che sarebbe stata questa la conseguenza se nel 1860 avesse prevalso il sentimento pacifista contrario alla guerra civile.
A un certo punto si vede Gary Coleman, l’attore ormai cresciuto di “Arnold”, che finisce di pulire un’automobile e che, subito dopo, lancia il suo straccio a un altro nero: “Prendi, Barack”. Un altro riferimento alle elezioni mostra l’ex premier britannico Neville Chamberlain che, dopo aver lucidato gli stivali di Adolf Hitler e firmato l’accordo di Monaco dice: “Ora abbiamo speranza”.
Ce n’è per tutti, in “An American Carol”. Quando i terroristi sono a corto di kamikaze e sentono il bisogno di arruolarne di nuovi cercano una persona capace di produrre un bel film di propaganda, uno di loro dice: “Non sarà difficile trovarne qualcuno a Hollywood: odiano tutti l’America”. La scelta cade su Malone-Moore, l’infantile sostenitore della superiorità del modello cubano. Quando due terroristi arabi entrano nella metropolitana di New York e stanno per essere controllati dai poliziotti, una squadra di avvocati militanti dell’Aclu, il gruppo che difende i diritti civili americani, accusa le forze dell’ordine di razzismo e impedisce di procedere alla perquisizione. “Ringraziamo Allah per l’Aclu”, dice uno dei terroristi. La guerra non è mai la risposta, dicono i pacifisti. Dipende dalla domanda, spiega il film di Zucker.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter