Camillo di Christian RoccaIl secondo dibattito

Nashville (Tennessee). Barack Obama non è soltanto uscito indenne dal secondo dibattito presidenziale con John McCain, è uscito dalla Belmont University rafforzato. Sebbene un paio di sondaggi (escluso il Gallup che lo dà a +11 sul rivale) mostrino una piccola riduzione del suo ampio vantaggio sull’avversario repubblicano, Obama può affrontare le ultime tre settimane e mezzo di campagna elettorale con più serenità. “Le elezioni si possono sempre perdere – ha detto prudentemente al Foglio il suo stratega David Axelrod – La resistenza al cambiamento è forte e noi non diamo niente per scontato, anche perché a gennaio, tre settimane prima del voto in Iowa, eravamo indietro di 13 punti e poi abbiamo vinto”. L’esempio dell’Iowa e della volatilità dei sondaggi è lo stesso che, sempre al Foglio, ha fatto lo stratega di McCain, Steve Schmidt. Ma il dibattito di Nashville di martedì notte ha consolidato la credibilità presidenziale di Obama e confermato l’incapacità di McCain di proporre una visione strategica alternativa sul futuro dell’America. Obama non ha questo problema, gli basta la faccia, la sua età, la sua serenità. 
La crisi lo aiuta in modo sensazionale, anche se al dibattito di ieri l’unica idea nuova è arrivata proprio da McCain. Il senatore dell’Arizona ha proposto un “American Homeownership Resurgence Plan”, ovvero di usare i soldi stanziati nei giorni scorsi dal Congresso per aiutare i titolari dei mutui, anziché le banche, a pagare le rate dei loro debiti in modo da provare a fermare la spirale al ribasso dei prezzi delle case che è alla base della crisi (l’idea è di Martin Feldstein, ex consigliere economico di Reagan).
Obama è stato credibile ed efficace anche sul terreno più adatto a McCain, quello della politica estera e di sicurezza nazionale, riuscendo a depotenziare con una serie di risposte azzeccate il vantaggio e la maggiore esperienza del candidato repubblicano. Soltanto in un caso, McCain è riuscito a confinare Obama nel ruolo del ragazzino ingenuo che non sa affrontare le grandi questioni internazionali, ovvero quando gli ha spiegato che se vuole andare in Pakistan a prendere Osama bin Laden non lo si annuncia prima, innervosendo un paese alleato.
Obama ha spiegato la sua “dottrina” di uso della forza quando, attenzione, non c’è in gioco la sicurezza nazionale. McCain è rimasto spiazzato, perché Obama ha ripreso il filo dell’antica tradizione interventista della sinistra americana, parlando quasi come un neoconservatore, non come un pacifista: “Be’, non sempre in gioco c’è la sicurezza nazionale, ma in ballo ci possono essere questioni morali. Se avessimo potuto intervenire in modo adeguato nell’Olocausto, chi tra noi avrebbe potuto dire che non avremmo avuto l’obbligo morale di intervenire? Se avessimo potuto fermare il Ruanda, avremmo dovuto considerare fortemente di agire”. Obama ha spiegato che “dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile”, anche se ovviamente “non saremo in grado di farlo ovunque e in tutte le occasioni, ecco perché per noi è così importante lavorare con gli alleati”.
Obama ha implicitamente criticato George W. Bush per non essere stato abbastanza bushiano e non aver applicato la sua “freedom agenda” anche al Pakistan: “Dobbiamo cambiare la nostra politica: non possiamo coccolare un dittatore, dargli miliardi di dollari e poi quello fa trattati di pace con i talebani e gli estremisti”. Obama vuole promuovere libertà e diritti anche a Islamabad: “Incoraggeremo la democrazia in Pachistan, aumentando i nostri aiuti non militari in modo che loro abbiano più interesse a lavorare con noi, ma insistendo sul fatto che devono andare a caccia di questi estremisti”. Il presidente Obama, se avrà individuato il nascondiglio di Bin Laden e se il governo pachistano non sarà in grado o non vorrà prenderlo, non rispetterà la sovranità nazionale pakistana e non aspetterà autorizzazioni internazionali, ma deciderà per un ntervento militare americano ad hoc: “Se non lo fanno loro, dobbiamo farlo noi”.
Sull’Iran, la premessa di Obama è identica a quella di Bush e McCain: “Non possiamo permettere all’Iran di farsi un’arma nucleare, sarebbe una svolta nella regione, non minaccerebbe soltanto Israele, il nostro più grande alleato nella regione e uno dei più grandi nel mondo, ma creerebbe la possibilità che queste armi nucleari finiscano in mano ai terroristi. Non lo possiamo accettare e io farò ogni cosa necessaria a prevenire questo scenario. Non escludo l’opzione militare e quando agiamo nei nostri interessi non riconosco il potere di veto dell’Onu né di chiunque altro”. Obama crede di poter convincere gli ayatollah con la diplomazia muscolare (“se non cambiate comportamento, ci saranno conseguenze terribili”), ma riconosce che l’approccio potrebbe non funzionare.

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