Camillo di Christian RoccaObama all'attacco

Nashville (Tennessee). Il secondo dibattito tra Barack Obama e John McCain, ieri notte alla Belmont University, è stato preceduto da un’ulteriore tornata di sondaggi favorevoli al candidato democratico, ormai avviato verso una vittoria a valanga alle presidenziali del 4 novembre. I grandi giornali liberal, citando fonti vicine a McCain, sostengono che al repubblicano resti soltanto l’arma dell’attacco personale, una tattica molto pericolosa perché gli americani non eleggono mai il candidato più arrabbiato.
A menare le mani, però, sono sempre in due, sia McCain sia Obama, anche se a fare notizia sono solo gli attacchi repubblicani. Obama riesce a mantenere l’immagine del politico nuovo e buonista, incapace di dire o fare cose cattive e sconvenienti. Ma la sua intera carriera politica dimostra il contrario, a cominciare dagli scandali alimentati dai suoi consiglieri con cui sono state distrutte le candidature dei suoi avversari democratici (alle primarie) e repubblicani (alle elezioni) quando si è candidato al Senato nel 2004. Obama si è fatto le ossa nell’ambientino di Chicago, una città dove la politica non è roba da ragazzini. Alle primarie se ne è accorta Hillary Clinton, prima illusoriamente convinta che Obama avrebbe sbandato di fronte alla sua potenza di fuoco, poi costretta a urlare “Shame on you, Barack Obama, vergognati, Obama”. Ora se ne stanno accorgendo i repubblicani. La strategia di Obama è di non porgere mai l’altra guancia, anzi di stare costantemente all’attacco. Qualche giorno fa, è stato lui stesso a dire minacciosamente che “non saremo noi a tirare il primo pugno, ma saremo quelli che daranno l’ultimo”.
In realtà i primi attacchi sono stati i suoi, grazie anche alla sua fenomenale capacità di far passare l’idea che sia invece McCain a volerla buttare in caciara. Un’inchiesta del Washington Post di metà settembre aveva svelato che da quando sono finite le convention di partito gli spot “negativi” di Obama sono stati il 77 per cento del totale, mentre quelli di McCain soltanto il 56 per cento. I suoi spot manipolano le posizioni di McCain e sono stati considerati falsi dai giornali liberal e anche da alcuni suoi sostenitori, esattamente come accade con quelli di McCain. Ma Obama e i suoi fanno molto di più: usano attentamente parole e suggestioni per sottolineare che McCain perde colpi in quanto anziano e, di recente, hanno anche diffuso un mini documentario sul coinvolgimento di McCain in uno scandalo etico degli anni Ottanta dal quale il repubblicano è stato esonerato. Nelle scorse settimane, inoltre, McCain è stato accusato in uno spot obamiano di non saper mandare email, quando è noto che McCain, a causa delle torture subite in Vietnam, fatica a digitare sulla tastiera.
“Le campagne elettorali sono campagne elettorali – ha detto lo stratega democratico Chris Lehane al New York Times – e negli ultimi cinque giorni diventano sempre una battaglia all’arma bianca da combattere dentro una cabina telefonica”. Di giorni, però, ne mancano 27 e i coltelli sono in campo da un pezzo. Ci sono anche gruppi esterni alle due campagne che vanno giù durissimi, come quelli di MoveOn.org che mettono in dubbio l’eroismo di McCain nella prigione vietnamita e come lo screditato giornalista Jerome Corsi, autore di “The Obama Nation”, il quale è stato appena arrestato in Kenya, il paese d’origine di Obama.
Soltanto ieri i due candidati hanno diffuso due spot contundenti. Obama accusa McCain di essere “a corto di idee”, “scollegato dal mondo reale” e “pronto a diffamare” con “calunnie false”. McCain ha risposto dando di “ipocrita” e di “bugiardo” a Obama, per i suoi attacchi alle posizioni di McCain giudicati “falsi”, “ingannevoli”, “non veri”.

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