Camillo di Christian RoccaPotersi permettere Obama

New York. Bill Kristol è la macchina da guerra intellettuale del mondo conservatore: direttore del settimanale Weekly Standard, commentatore di punta di FoxNews, columnist del New York Times, professore alla Kennedy School of Government di Harvard, consigliere di tre Amministrazioni repubblicane, stratega e militante politico.
Figlio del fondatore del movimento neoconservatore Irving Kristol e della studiosa dell’età vittoriana Gertrude Himmelfarb, considerata dal premier laburista inglese Gordon Brown una “bussola morale”, Bill Kristol sostiene John McCain dal 2000 ed è stato uno dei primi a segnalare al senatore dell’Arizona la giovane governatrice dell’Alaska Sarah Palin (“è poco istruita, ma è di grande talento”, dice di lei).
Kristol non è ancora certo che la gara per la Casa Bianca sia chiusa a favore di Barack Obama, ma riconosce che il suo candidato ha condotto una campagna spesso disastrosa: “McCain non ha fatto un buon lavoro, ha lasciato che la politica estera sparisse dalla campagna elettorale, anche perché il suo staff gli ha consigliato stupidamente di non apparire come un ‘guerrafondaio’, col risultato che non si è parlato della grande minaccia nucleare iraniana”. Kristol ricorda inoltre che l’11 settembre, il terrorismo, la lotta al jihadismo sono stati rimossi dal dibattito nazionale, che quasi non se n’è fatto cenno: “Per certi versi questa è un’elezione molto europea. Dopo le bombe a Madrid del 2003 sono rimasto scioccato a sentire le risposte che raccoglievo in Europa, come se quell’attentato non riguardasse anche il futuro dei tedeschi, degli italiani, dei francesi”.
Anche George W. Bush, ammette Kristol, ha sbagliato e contribuito alla scomparsa dei temi di politica estera da questa campagna, “perché non ha mai ben difeso le sue azioni e non ha spiegato la situazione in cui ci troviamo, poi ovviamente la crisi finanziaria ha travolto tutto e, sotto questo aspetto, anche la crisi bancaria è stata interpretata in senso europeo, con le critiche al mercato e alla deregolamentazione”.
In parte, dice Kristol, anche i sostenitori della guerra al terrorismo si sono stancati: “Abbiamo lottato molto per il ‘surge’ in Iraq, per inviare nuove truppe a Baghdad con una nuova strategia, abbiamo ripetuto per mesi e mesi la stessa cosa, confrontandoci con l’ostilità dell’intero establishment culturale, giornalistico e politico. Alla fine abbiamo vinto la battaglia, ma ora siamo tutti stanchi, esausti, molti di noi non se la sono sentita di rimettersi a combattere di nuovo”. Secondo Kristol tutto il mondo conservatore, non solo la sua ala intellettuale, è meno mobilitato di altre occasioni: “Intanto è difficile essere turbati dalle cose che accadono se il proprio rappresentante è alla Casa Bianca e, in fondo, dalla risposta all’attacco jihadista alla nomina di due giudici conservatori alla Corte Suprema, stiamo parlando di successi del movimento conservatore. E’ una situazione simile a quella del 1992 – continua il direttore del Weekly Standard – avevamo vinto la Guerra fredda e non è sembrato un dramma  immaginare Bush senior fuori dalla Casa Bianca. Oggi ci possiamo permettere di votare Obama, perché il paese è più sicuro”.
Kristol considera Obama un politico “molto ambizioso, tosto, cool, ma sostanzialmente convenzionale” e non è d’accordo con quei conservatori che lo reputano estremista e radicale: “Sono scettico, non ci credo, l’Obama di oggi è diverso da quello che faceva politica a Chicago, è un grande oratore, un tecnocrate, uno molto disciplinato, semmai sembra debole e senza il fegato necessario a prendere decisioni coraggiose”.
Kristol considera l’impopolarità di Bush e le probabili sconfitte repubblicane alla Casa Bianca e al Congresso come “un’opportunità interessante per rimettersi a riflettere”. Non crede che il paese abbia rigettato “la national greatness agenda”, ovvero il pilastro idealista e muscolare della politica estera americana, anzi pensa che anche sul fronte interno questo sia un classico “momento neoconservatore”, nel senso originale del termine.  La filosofia politica della Right Nation, secondo Kristol, “non deve essere al cento per cento liberista”, come scriveva nel 1979 suo padre in “Two cheers for capitalism”, due hurrà, anziché i tradizionali tre, per il capitalismo. Il movimento conservatore, secondo Kristol, si deve convincere della necessità di “uno stato forte ed energetico, anche se limitato”, capace di garantire il funzionamento del sistema finanziario. Ci sarà una brutta recessione, prevede Kristol, e a destra i giovani leader come “Sarah Palin, Bobby Jindal, Paul Ryan, Eric Cantor e Tim Pawlenty”, governatori e deputati di cui sentiremo parlare, dovranno arginare “l’ala protezionista, isolazionista e anti immigrazione del movimento conservatore”.

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