Camillo di Christian RoccaStoria americana, con tocco Riefenstahl

New York. L’Obama Show è cominciato alle otto di sera, a reti unificate. Mezz’ora di spot televisivo, in prime time, sui principali network del paese. Un evento inconsueto, anche se l’aveva già fatto Ross Perot nel 1992, ma in linea con una campagna elettorale innovativa e coraggiosa che probabilmente ha cambiato per sempre il modo di correre per la Casa Bianca. Obama ha speso 5 milioni di dollari per trasmettere una via di mezzo tra un documentario, un reality e un comizio dal titolo “Storie americane”, stilisticamente perfetto, confezionato con la cura di una produzione hollywoodiana, la professionalità di una pubblicità commerciale, la genialità di una puntata di West Wing.
Diretto da Davis Guggenheim, il regista di “Una verità scomoda” di Al Gore, “l’O Show” è stato realizzato, con la supervisione dello stratega obamiano David Axelrod, dall’agenzia  Murphy-Putnam, nota per le sue campagne politiche negli stati conservatori e per aver assunto un anno fa Phil de Vellis, il ragazzo prodigio che aveva creato un sensazionale spot via web in cui Hillary Clinton era costruita come una minaccia orwelliana e il giovane Obama ne risultava una speranza e una rottura. Roba di culto.
I primi e gli ultimi fotogrammi di “Storie americane” sono il cuore del messaggio politico ottimista, bipartisan e tradizionalmente americano della candidatura di Obama. L’O Show, infatti, è cominciato con una musica sentimentale e solenne, come nelle colonne sonore da Oscar, ad accompagnare immagini serene di campi di grano e di steli piegati dal vento. Da un momento all’altro sarebbe potuto apparire il Gladiatore Russell Crowe o Ronald Reagan, ma questa sintesi tra pulizia stilistica e richiamo ai valori tradizionali dell’America rurale ha stabilito il tono del mega spot. Le immagini finali, dopo il lungo racconto sull’America che soffre e attende il redentore carismatico, erano in diretta, con effetto sorpresa, da uno stadio della Florida addobbato come un raduno evangelico, Il tutto era una versione high tech di “It’s morning again in America” (“E’ di nuovo mattina in America”) che nel 1984 ha fatto la fortuna di Reagan. La mezz’ora di “Storie americane” si conclude con il logo della campagna di Obama che si compone come a formare un sole nascente dal mare (un socialdemocratico sole nascente), per connotare la novità, il carattere ottimista della sua candidatura e l’alba di una nuova era a portata di urne. Obama è il narratore e la star di uno spettacolo che ricorda l’estetica del realismo socialista, con gli aneddoti di vita quotidiana associati alle proposte politiche, e senza lesinare (con estetismi totalitari, ma in versione democratica e multiculturale) sulle immagini di bandiere, di prati suburbani, di fabbriche di provincia, di camioncini pick-up e di altri ideologismi raccolti dall’icona unificante di un capo carismatico che domina le sue folle.
“L’O show” è stato anche una straordinaria prova del culto della personalità di tipo infomercial che si celebra intorno a Obama. In piedi davanti allo studio simil Casa Bianca o in cucina con una famiglia del New Mexico o tra i pensionati del Kentucky, Obama è sempre patinato, tirato a lucido, senza mai una piega, ogni tanto con un fascio di luce solare che gli sbatte sulla testa a formare un’aureola. L’O Show aveva anche un’impronta kennedyana, la postura autorevole e il passo a tratti autoritario e naturalmente presidenziale del candidato.
Ma Obama è molto più della più classica immagine cinematografica di un presidente, è un leader che raduna folle oceaniche pronte a riaffermare la propria fede in un uomo che è a pochi giorni dall’impresa di cambiare il mondo. In questo senso l’O Show sembrava uscito dal genio iconico di Leni Riefenstahl, costruito intorno allo slogan che se non fosse impronunciabile potrebbe davvero definire la portata messianica della candidatura obamiana: una versione democratica, liberale e moderna di “Ein Volk, ein Reich, ein Führer”, un popolo, un impero, un leader.

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