Camillo di Christian RoccaGli ultimi giorni di George W.

Non è pentito, non rimpiangerà le luci della ribalta, collabora con Obama come non s’era mai visto prima (Articolo lungo)

George W. Bush non s’è pentito dell’Iraq e non ha detto di aver sbagliato a cacciare Saddam dal trono di Baghdad (se lo sono inventati alcuni giornali italiani, manipolando un’intervista alla Abc dove il presidente americano diceva altro, cioè che si rammaricava che le prove della Cia e di molti governi stranieri sulle armi di distruzione di massa di Saddam si fossero rivelate sbagliate). Semmai in questi suoi ultimi e malinconici giorni alla Casa Bianca, Bush ha ribadito che vorrà essere ricordato come il presidente che ha liberato cinquanta milioni di iracheni e afghani, che ha opposto al radicalismo islamico una strategia democratica e costituzionale e che non ha venduto la sua anima al diavolo per ottenere obiettivi politici. La sinistra americana, per dire, lo ha accusato di non voler ammettere i suoi errori, di voler scaricare le colpe sui suoi predecessori e di perpetuare una visione del mondo completamente slegata dalla realtà.
In attesa del responso della storia, la cronaca lo descrive come il presidente della “missione compiuta” che in realtà non era compiuta affatto, e ora anche della recessione e della crisi finanziaria che ha messo in ginocchio Wall Street dopo anni di crescita intensa. Il suo livello di popolarità è rasoterra e lui sembra uno che non vede l’ora che il 20 gennaio a mezzogiorno, con il passaggio delle consegne a Barack Obama, finalmente tutto ciò finisca: “E’ stata un’esperienza favolosa – ha detto il 43esimo presidente degli Stati Uniti – ma le luci della ribalta non mi mancheranno molto”. Basta guardarlo in tv, leggere tra le sue rughe, soffermarsi sulle espressioni del volto per capire che sogna di tornare nel suo ranch di Crawford e di lasciare il comando al quarantaquattresimo presidente.
Però non è finita finché non è finita, e poi avrà di che impegnarsi con il suo Freedom Institute per la libertà nel mondo, ma ora Bush sta impiegando questi quarantasette giorni che lo separano dal ritorno a casa quasi senza farsi vedere o notare. Collabora attivamente con Barack Obama alla transizione, al contrario dei clintoniani che nel 2000 tolsero le “W” dalle tastiere dei computer della Casa Bianca, e riceve quotidianamente l’apprezzamento del presidente eletto per la totale cooperazione con il suo team.
In agenda non ha più grandi progetti, dopo l’accordo formale con il governo iracheno per il rientro – a missione questa volta davvero conclusa – delle truppe americane alla fine del 2011. Da almeno sei mesi, Bush ha rinunciato all’impegno di trovare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, vista la divisione in casa araba. La crisi finanziaria, dopo l’iniziale impegno per ottenere i fondi speciali dal Congresso, è delegata al segretario al Tesoro, Hank Paulson, così come il dossier sulla strage di Mumbai è in mano a Condoleezza Rice. Entrambi sono in stretto rapporto con la squadra del nuovo presidente e con Obama stesso. Bush non ha più impegni all’estero, dopo quello di qualche settimana fa in Perù, malinconicamente finito con la foto di gruppo in poncho.
In questi ultimi giorni, Bush sta prendendo quelle tipiche, per un presidente in uscita, decisioni dell’ultim’ora (“midnight regulations”), per esempio sull’ambiente, che ovviamente non piacciono ai suoi avversari, in questo caso perché favorirebbero le industrie petrolifere e agricole. I suoi avversari si aspettano una serie di “pardon”, di grazie presidenziali, che potrebbero creare l’ultima indignazione della sua presidenza se, come temono i militanti antibushiani, la Casa Bianca stesse davvero pensando di graziare preventivamente i funzionari federali che hanno autorizzato e attuato le procedure “intensificate” di interrogatorio dei terroristi. In realtà la criticatissima architettura giuridica antiterrorismo creata in questi anni dalla Casa Bianca è servita proprio a far svolgere le attività di prevenzione e spionaggio degli agenti americani all’interno delle regole e della legalità. Difficile, in ogni caso, che le polemiche possano essere rumorose come quelle dell’ultimo giorno di Bill Clinton alla Casa Bianca, quando il presidente uscente graziò il fratello e un suo finanziatore condannato e latitante all’estero.
Allo studio, dicono i giornali, c’è anche un progetto per allargare “il diritto all’obiezione di coscienza” in modo da consentire a dottori, infermieri e farmacisti di rifiutare la partecipazione a procedure che reputano eticamente sensibili, non soltanto l’aborto, ma anche l’inseminazione artificiale e la pillola contraccettiva del giorno dopo. La legge prevede già l’obiezione di coscienza per l’aborto, ma la nuova regolamentazione della Casa Bianca amplia lo spettro fino a consentire agli operatori sanitari il rifiuto di fornire informazioni e consigli alle pazienti che potrebbero voler abortire.
Bush, infine, sta provando a sottolineare il suo straordinario impegno contro l’Aids, uno dei pochi casi in cui è riuscito a ottenere, e a mantenere, un sostegno bipartisan. A dicembre la Casa Bianca ha previsto una serie di eventi sull’Aids, per mostrare non soltanto ai contemporanei, ma anche agli storici, gli obiettivi raggiunti nell’era Bush: due milioni di pazienti curati, dieci milioni sotto trattamento, in meno di cinque anni. Bush ha cominciato lunedì, con un discorso alla Casa Bianca, spiegando che “questa è una delle iniziative più importanti della mia Amministrazione”, poi partecipando a un forum a Washington dove il pastore Rick Warren ha detto che “nessun uomo nella storia, nessun leader mondiale ha fatto più per la salute globale del presidente George W. Bush”. Il presidente eletto Obama, allo stesso forum, ha fatto le sue congratulazioni a Bush “per aver elaborato un piano contro l’Aids in Africa e per averlo sostenuto con finanziamenti volti a salvare vite umane e la diffusione della malattia”.
Obama riceve in eredità da Bush la questione iracheno-afghana e la crisi finanziaria, questioni da far tremare i polsi anche a un politico sicuro di sé come il giovane prossimo presidente. Ma Obama, da Bush, ottiene anche una situazione già impostata verso la risoluzione e soprattutto le chiavi e gli uomini per affrontarla. Obama, infatti, ha confermato il segretario alla Difesa di Bush, Bob Gates, e ha nominato al Tesoro Tim Geithner, uno dei triumviri a cui Bush aveva affidato la gestione della crisi di Wall Street.
Bob Gates e il generale David Petraeus continueranno il percorso cominciato un anno e mezzo fa con il cambio di strategia politica e militare a Baghdad, a cui Obama si era opposto, ma che invece ha ribaltato una situazione che sul campo si era fatta drammatica. Soltanto grazie alla decisione di Bush, presa mentre tutto l’establishment politico e giornalistico di Washington gli diceva di dichiarare sconfitta, Obama potrà davvero spostare le truppe dall’Iraq all’Afghanistan, dove però servirà un’altra strategia coraggiosa e innovativa per ottenere lo stesso risultato iracheno.
Bush, inoltre, consegna a Obama un dipartimento del Tesoro con gran parte dei soldi ottenuti dal Congresso ancora non spesi e una strategia di salvataggio che, per quanto discutibile, è stata condivisa fin dal primo giorno, punto per punto, dal suo successore.
L’atteggiamento remissivo di Bush e l’attivismo irrituale di Obama hanno creato una situazione che è senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti: malgrado Obama si curi di ripetere che c’è un solo presidente per volta, e che fino al 20 gennaio questo presidente è Bush, per la prima volta sembra che l’America sia guidata da due presidenti. Da quando è stato eletto, Obama ha fatto sei conferenze stampa – parlando dietro al sigillo ufficiale del “Presidente eletto” – per non dire delle interviste televisive. Nel 2000 Bush aveva fatto soltanto una conferenza stampa, anche se a causa dei riconteggi in Florida la sua elezione è stata decretata a metà dicembre. Ma anche Bill Clinton, per dire di uno che amava incontrare i giornalisti, ne ha fatte soltanto tre tra il giorno dell’elezione e quello del giuramento. Bush senior e Ronald Reagan ne fecero soltanto una a testa.
La collaborazione tra il presidente uscente e quello entrante è anch’essa senza precedenti e conferma la sensazione della coabitazione presidenziale. Quando, nel 1932, ai tempi della Grande depressione, Franklin Delano Roosevelt ha preso il posto di Herbert Hoover, i due non hanno praticamente fatto nulla insieme. E ogni volta che Hoover cercava di coinvolgere Roosevelt, il presidente eletto rifiutava gli inviti perché non voleva avere niente a che fare con chi, secondo lui, aveva contribuito a creare il disastro economico.
Le ragioni di questa ottima collaborazione tra Bush e Obama sono certamente dettate dalla gravità della crisi finanziaria, dalle emergenze terroristiche e dal ciclo informativo in tempo reale, e probabilmente anche da una comprensibile stanchezza di Bush, ma non ci sarebbe stata senza la precisa decisione del quarantatreesimo presidente di consentire al suo successore di entrare alla Casa Bianca con un bagaglio di esperienza e di preparazione tale da non trovarsi in difficoltà una volta seduto dietro la scrivania dello studio ovale.
Obama sta rispondendo a questa ampia collaborazione bushiana con una squadra di politica estera ed economica che non pare destinata a cancellare d’un tratto gli anni di George W., malgrado la retorica usata durante la campagna elettorale. L’editorialista del New York Times, David Brooks, ha scritto esplicitamente che le prime mosse segnalano la volontà obamiana di “continuità”, più che di “cambiamento”. Oggi l’Obama in attesa di diventare presidente si trova sulle stesse posizioni di Bush su parecchi punti dell’agenda politica, nonostante in campagna elettorale avesse promesso di fare esattamente l’opposto.
Con questa sua ampia e sincera collaborazione, Bush forse cerca un riconoscimento postumo da parte dell’opinione pubblica, ma in realtà non ha bisogno di forzare la mano con il suo successore perché su molte questioni che gli stanno a cuore e che reputa fondamentali per il paese e per la sua eredità sa che ora può contare su Obama. Il presidente eletto, per esempio, adesso è favorevole ai trattati di libero scambio e al programma federale di sorveglianza contro il terrorismo. Obama è sulla stessa linea di Bush sull’Iraq, sulla strategia di Petraeus, finanche sull’Iran. Il presidente eletto, inoltre, ha cominciato a prendere posizioni centriste e non fanatiche sul nucleare, sul carbone, sulle armi, sulla pena di morte. Infine, Obama sa benissimo che la crisi finanziaria non è stata causata da Bush, ma ha radici più lontane.
Dopo aver fatto una campagna elettorale all’insegna dell’abbassamento delle tasse per il 95 per cento degli americani, strappando ai repubblicani l’argomento fiscale che negli anni precedenti è stato centrale per le vittorie di Bush, Obama subito dopo il voto ha fatto capire che in tempi di crisi non cancellerà i tagli fiscali di Bush a quel due per cento di super ricchi, al contrario di quanto aveva detto in campagna elettorale e riconoscendo, di fatto, che la politica fiscale di Bush per uscire dalla recessione del 2001 e dal trauma globale dell’11 settembre è stata saggia.
Secondo lo storico conservatore Victor Davis Hanson, la presidenza Obama mostrerà come gli errori commessi da Bush siano legati sostanzialmente a una mancanza di capacità oratoria, se non a un’arrogante indifferenza al giudizio dell’opinione pubblica. Ci sono state, dice Hanson, le sbruffonate da film western nei primi anni della guerra al terrorismo e l’inefficace risposta federale all’uragano Katrina, ma la gran parte delle politiche bushiane non sarà ripudiata da Obama, come il programma federale che fornisce le medicine gratuite agli anziani, la legge sull’istruzione creata insieme con Ted Kennedy, il soccorso anti Aids in Africa, la rimozione di due regimi dittatoriali e il sostegno a due governi rappresentativi al loro posto. E, ancora, difficilmente Obama smantellerà la struttura giuridica, investigativa e burocratica creata da Bush per fermare un altro attentato come quello dell’11 settembre, così come appare certo che continuerà la politica estera a favore dell’India e il pragmatismo nel gestire i rapporti con la Russia e la Cina.
Gli storici avranno tempo per valutare sul serio l’era Bush, pronta mestamente a chiudersi senza alcun festeggiamento, ma sono le prime cronache dell’avvio della stagione obamiana a rassicurare il prossimo pensionato del Texas.
Christian Rocca

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