Camillo di Christian RoccaThat's it/31

New York. “Pastis”, brasserie francese sulla nona avenue all’altezza della West Little 12th street, nel pieno del Meat Packing District, detto MePa, l’ex quartiere delle macellerie e dell’imballaggio della carne che da qualche anno è uno dei luoghi più di moda della città. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina un’insalata mista con verdure grigliate (ma era reduce da una zuppa di patate alla Bouchon bakery) e finisce con una mousse di cioccolato e uno straordinario Fernet Branca. “Io la chiamo demenza”, dice l’ex professore della Nyu, estraendo dalla borsa un ritaglio del New York Times. Zerlenga ce l’ha con un titolo del giornale newyorchese che fa così: “Dottore britannico condannato per un fallito attentato con autobomba”. Questo titolo, dice, è “una forma patologica di demenza collettiva”, la summa del rifiuto occidentale di accettare la realtà: “Ma che medico britannico: quello è un musulmano che voleva colpire proprio il popolo britannico, come si legge nell’articolo. Per i musulmani non esiste la nazione, specie se occidentale, si sentono parte della umma, della comunità dei fedeli. Il Times, invece, lo trasforma in un ‘medico britannico’ qualsiasi, uno che magari si chiama John Smith”. I british doctor, dice Zerlenga, sono tenuti al giuramento di Ippocrate che li impegna a non fare male agli altri, “i dottori musulmani sono prima musulmani e poi dottori, non fanno il giuramento e non hanno il dovere di curare gli infedeli, per il semplice motivo che odiano tutto ciò che è occidentale”.
Sostiene Zerlenga che “il problema è la nostra superficialità, la metastasi che siamo riusciti a sviluppare al nostro interno, fino al punto di diffamare ‘i medici britannici’ anziché informare correttamente che si tratta di un tizio che di occidentale non ha nulla”. Nessuno, dice Zerlenga, ha ancora riflettuto su questo fenomeno patologico, su questa volontà collettiva di rimuovere la realtà musulmana: “Forse l’unica spiegazione possibile è che l’Islam è un fenomeno così fuori dalla realtà, che non ci si può credere”. La reazione al lancio delle scarpe contro Bush, aggiunge, “è altrettanto grave”. Non è, dice, il segno che in Iraq sia arrivata la democrazia: “La democrazia è un’altra cosa, questa è anarchia. Si sta facendo lo stesso errore compiuto all’indomani della destituzione di Saddam, quando a Baghdad si sono scatenati i saccheggi. Anche allora si disse che questa era la democrazia, ma la democrazia è rispettare le regole e gli altri, non tirare le scarpe”. Zerlenga insiste su questo punto: “Se Dwight Eisenhower fosse andato a Berlino dopo la liberazione della Germania e un giornalista nazista gli avesse tirato un paio di scarpe, avremmo parlato del gesto terribile di un pericoloso nazista. Con i musulmani, invece, no. Anzi il giornalista della tv egiziana diventa un eroe, e all’Egitto continuiamo a versare due miliardi di dollari l’anno”.
Zerlenga dice che bisogna reagire, smetterla di accettare e giustificare la violenza musulmana e cominciare a conoscere l’essenza dell’Islam: “In questi giorni si festeggia l’anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo – ricorda – ma l’Arabia Saudita non l’ha firmata e gli islamici non la riconoscono. Si sentono superiori e non ricostruiscono la storia sulla base delle evidenze e dei fatti, ma la interpretano nel quadro del Corano. Per loro, la scoperta dell’America è una delle più grandi catastrofi di tutti i tempi, perché in quel momento è cominciato il declino musulmano”.
Zerlenga non si ferma un attimo: “Mi viene da ridere quando parlano di corruzione nel mondo islamico – dice l’ex professore di Storia dell’Islam – La corruzione è un concetto occidentale, per i musulmani chi ha il potere può fare tutto ciò che vuole. That’s it. C’è un proverbio: quando muore il cane dell’emiro tutti vanno al funerale, quando muore l’emiro invece non ci va un cane. Noi – conclude – ci siamo liberati del concetto di divina provvidenza, l’Islam invece si basa sul god willing, insciallah, se Dio vuole. Al punto che se un generale musulmano sta per essere sconfitto dice ‘god willing, we’re losing’, se Dio vuole, stiamo perdendo”. (chr.ro)

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