Camillo di Christian RoccaObama, la retorica e la sicurezza

New York. Barack Obama diventerà presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio a mezzogiorno e, esattamente entro un mese dal giuramento, dovrà esprimersi ufficialmente su una delle questioni più controverse legate alla guerra contro il terrorismo post 11 settembre. Obama è stato eletto promettendo di ribaltare l’architettura giuridica disegnata dall’Amministrazione Bush per difendere gli Stati Uniti dall’islamismo radicale: Guantanamo, la definizione dei “nemici combattenti”, le tecniche di interrogatorio. Su Guantanamo e il resto ci sarà tempo, ma entro il 20 febbraio l’Amministrazione Obama dovrà prendere una posizione su un caso specifico in discussione alla Corte Suprema.
E’ il caso di Ali al Marri, uno studente del Qatar arrestato nel dicembre 2001 a Peoria, in Illinois. Marri è l’unico “nemico combattente” detenuto in America, rinchiuso senza accuse formali dal 2003 nel penitenziario della Marina militare a Charleston, in Carolina del Sud. Marri sarebbe stato inviato dai capi di al Qaida in America prima dell’11 settembre per facilitare le attività terroristiche e altro, ma continua a non essere incriminato né a essere processato perché la gran parte delle informazioni sul suo conto sono arrivate da Khalid Shaikh Mohammed, l’architetto degli attentati dell’11 settembre, catturato all’inizio del 2003 e sottoposto al “waterboarding”, un metodo di interrogatorio (attuato soltanto in tre casi) che confina con la tortura. Le informazioni ottenute in questo modo, potrebbero non essere ammesse in una corte federale, da qui la scelta di mantenere Marri in questo limbo giuridico. Il principio è lo stesso di Guantanamo, la base extraterritoriale di Cuba, dove sono detenuti 250 terroristi stranieri senza lo status giuridico di “prigionieri di guerra” previsto dalla Convenzione di Ginevra. Il caso di Marri è più grave perché, al contrario dei detenuti di Guantanamo, è stato catturato ed è detenuto in America.
La scelta di Obama, così come per Bush in passato, sarà molto delicata. L’Amministrazione Bush aveva affrontato la questione ritenendo che il presidente di guerra avesse il potere di detenere indefinitivamente in un carcere militare un civile accusato di terrorismo. Obama è contrario, ma ora dovrà dirlo ufficialmente alla Corte Suprema. Numerosi giuristi, consultati dal New York Times, hanno spiegato che le opzioni a disposizione di Obama sono poche e quasi tutte pericolose: se mantenesse la linea Bush deluderebbe subito i suoi elettori, ma se decidesse di processare regolarmente il presunto terrorista rischierebbe l’assoluzione e l’effetto a catena anche sui detenuti di Guantanamo. Un’alternativa, giudicata impraticabile dai bushiani, è quella di consegnare Marri al Qatar.
Più in generale, Obama dovrà trovare un equilibrio tra la retorica della campagna elettorale e la necessità di assicurare la sicurezza degli americani. L’idea che sotto Obama non si parlerà più di “guerra al terrorismo”, come se fosse un’invenzione di Bush, è stata spazzata via venerdì dalle dichiarazioni del prossimo capo della Cia Leon Panetta. Il Washington Post, inoltre, ha registrato la preoccupazione nel mondo dell’intelligence e il suggerimento a Obama di considerare che i metodi rigidi di interrogatorio sono essenziali ed efficaci.

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