Camillo di Christian RoccaThat's it/32

New York. “Bar Boulud” su Broadway, tra la sessantatreesima e la sessantaquattresima. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina una zuppa di zucca, un ricco piatto con gamberi della Louisiana, merluzzo scottato nell’olio d’oliva, verdure, lattuga e maionese di uova di quaglia all’aglio e, per finire, un’insalata di frutta. Elettore del Partito democratico, e con particolare entusiasmo di Obama, nei giorni scorsi Zerlenga ha scritto una lettera al senatore Charles Schumer e un’e-mail alla deputata Carolyn Maloney, i suoi rappresentanti al Congresso, per suggerirgli di sostenere una proposta di legge semplice semplice: “Gli ex presidenti e gli ex membri dell’Amministrazione non possono ricevere finanziamenti da governi stranieri e soprattutto da quelli dittatoriali che non riconoscono i principi fondamentali della democrazia americana”. L’ex professore di Storia dell’islam alla New York University è sconvolto dalla blanda reazione politica e pubblica alla notizia che la fondazione e la biblioteca presidenziali di Bill Clinton abbiano ricevuto 25 milioni di dollari dall’Arabia Saudita e altrettanti da membri della famiglia reale. “E’ incredibile – dice – è chiaro che questi soldi, che per loro sono noccioline, servono a influenzare la politica americana. Eppure nessuno ne vuole parlare”. Anche al Senato, ricorda Zerlenga, durante l’audizione per la conferma di Hillary Clinton a segretario di stato nessuno le ha davvero chiesto conto di quei soldi e di quei finanziatori. Pochi giorni fa, la commissione Esteri ha votato a favore di Hillary con 16 voti e uno solo contrario, proprio per il potenziale conflitto di interessi con i sauditi. Zerlenga è felice che Hillary abbia detto che “la discriminazione delle donne in Afghanistan non sia un fatto culturale, come dicono i multiculturalisti, ma un fatto criminale”, ma si chiede come mai non abbia detto la stessa cosa sulla discriminazione delle donne saudite. L’altro giorno, racconta il professore, una corte saudita ha ribadito che “una bambina di otto anni non può divorziare, perché è stata già venduta, e io mi chiedo che cosa faccia l’Unicef”. Non fa niente nemmeno l’America, però: “Ogni tanto noi americani quando vediamo i soldi ci dimentichiamo dei nostri valori fondamentali – dice – Abbiamo approvato leggi per porre limiti al finanziamento privato alla politica, ma ci giriamo dall’altra parte di fronte a uno stato come l’Arabia Saudita che versa milioni di dollari agli ex presidenti”. Zerlenga usa il plurale perché, oltre a Clinton, anche Bush senior e Jimmy Carter hanno ricevuto finanziamenti sauditi per le loro biblioteche. Su Carter, Zerlenga invita a leggere il libro dell’avvocato liberal Alan Dershowitz “The case against Israel’s enemies – Exposing Jimmy Carter and others who stand in the way of peace”.
La mancata indignazione americana, spiega Zerlenga, è una tragedia. Eppure, continua, se Clinton avesse preso un dollaro dal Ku Klux Klan sarebbe diventato giustamente uno scandalo internazionale, una notizia da prima pagina. Il paragone tra i seguaci della nazione ariana e i sauditi, ricorda Zerlenga, non è campato in aria. L’ha spiegato il più grande esperto occidentale di islam, Bernard Lewis: “Immaginatevi – ha detto Lewis – se il Ku Klux Klan ottenesse il pieno controllo del Texas, avesse a disposizione tutto il reddito petrolifero e usasse quei soldi per costruire in tutto il mondo cristiano una rete di ricche scuole e università capaci di diffondere il loro particolare tipo di cristianesimo. Questo è quello che i sauditi hanno fatto con il wahabismo. I soldi del petrolio hanno consentito di diffondere questa forma fanatica e distruttiva di islam in tutto il mondo musulmano e tra i musulmani che vivono in occidente. Senza il petrolio e senza la creazione del regno saudita, il wahabismo sarebbe rimasto una frangia estremista in un paese marginale”. (chr.ro)

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