Camillo di Christian RoccaL'America e l'Iran

George W. Bush considerava l’Iran parte integrante dell’asse del male, un paese con cui non si poteva dialogare. Eppure, a fari spenti, durante la presidenza del terribile texano ci sono stati almeno 28 incontri diplomatici diretti e di alto livello tra americani e rappresentanti del regime islamista di Teheran, sulla situazione in Afghanistan e in Iraq e, a luglio dello scorso anno, anche sulle questioni nucleari.
Il dialogo diretto con l’Iran, o attraverso gli alleati, c’è stato anche prima, ma l’approccio di Obama è radicalmente opposto a quello di Bush, soprattutto nella sua esposizione pubblica. Obama ha vinto le primarie democratiche e poi le elezioni dicendo che con i nemici si parla, quindi anche con l’Iran, specie perché ha un ruolo di paese cardine di tutte le crisi mediorientali, da Gaza al Libano, dalla Siria all’Afghanistan all’Iraq. Ma dietro le quinte di questa grande apertura all’Iran, il presidente Obama, con Hillary Clinton e Dennis Ross, sta lavorando senza pausa per convincere la comunità internazionale, sostanzialmente russi e cinesi, ad adottare sanzioni dure contro gli ayatollah, perché in questi primi giorni di presidenza si è reso conto che per cambiare la politica iraniana ha bisogno di intensificare le pressioni economiche sul regime.
Bush non c’era riuscito, anche a causa dei toni ultimativi sul bene e sul male che hanno guidato la sua politica estera post 11 settembre e sono culminati nel discorso di inaugurazione del secondo mandato sulla fine delle tirannie. Obama ci sta provando con le buone, mostrando un lato pragmatico, convinto che se tiene aperta la possibilità di incontri diretti con l’Iran, la Russia e la Cina, opportunamente ricompensate su altre questioni, per la prima volta potrebbero essere favorevoli alle sanzioni dell’Onu. Vedremo, se ci riuscirà sarà un capolavoro.
In superficie, dunque, c’è la retorica del dialogo con gli ayatollah, l’invito a Teheran a partecipare alla conferenza sull’Afghanistan, la speranza che alle elezioni presidenziali di giugno possa emergere una leadership iraniana più disponibile. Le risposte pubbliche iraniane, per ora, sono di chiusura e di rifiuto, all’insegna di “Obama è come Bush”. Nella sostanza, Obama non ha ancora fatto alcun passo formale a favore del dialogo con Teheran, è sempre ben attento a non escludere l’opzione militare per fermare il programma nucleare e si è limitato a dire che l’America è pronta a offrire la mano, qualora Teheran decidesse di aprire il pugno. L’invito di Hillary Clinton alla nuova conferenza internazionale sull’Afghanistan resta un fatto nuovo. Anche se va ricordato che l’Afghanistan di Karzai è nato in un’analoga conferenza del 2002, a Bonn, riuscita grazie al contributo fondamentale di americani e iraniani.

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