Camillo di Christian RoccaThat's it/34

New York. “Salumeria Rosi”, progettata dal premio Oscar Dante Ferretti, si trova su Amsterdam Avenue, tra la settantreesima e la settantaquattresima strada di Manhattan. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga, già professore di Storia dell’islam alla New York University, ordina lasagne con ragù di maiale e besciamella, trippa alla parmigiana, insalata di indivia con acciughe, limone e aglio e una torta all’olio d’oliva con gelato di crema e bacche imbevute nel Chianti.   Da bere, Coca light.
Elettore, finanziatore e militante obamiano, Zerlenga è sconcertato dalle prime mosse del suo presidente sui temi del confronto con l’islam: “Sta dicendo soltanto ‘platitude’, banalità, oppure cose patetiche”. Il prof non vorrebbe nemmeno commentare l’inchino al re saudita, poi però sbotta: “Quella fotografia è orribile. Ma che cosa aveva bevuto, che cosa aveva fumato? E’ una cosa umiliante per tutto il mondo libero… inchinarsi davanti al capo di uno dei più ripugnanti regimi del dopoguerra…”.
Zerlenga non è contento nemmeno del discorso di Obama al Parlamento turco: “Ha detto che non vogliamo la guerra con l’islam, ma è l’islam che ha dichiarato la guerra a noi. Dire che bisogna parlare con i nemici è una stupidaggine, se poi sono i nemici a non voler parlare con noi. Sulla Turchia – continua Zerlenga – Obama sbaglia completamente, è ‘out of his mind’, non si rende conto che farla entrare in Europa vuol dire accettare un altro paese che ha commesso un genocidio, quello degli armeni. Un solo genocidio non basta e ne abbiamo bisogno di un altro? Almeno i tedeschi si vergognano dell’Olocausto e chiedono continuamente scusa per ciò che è successo, mentre i turchi in nome dell’islam non lo riconoscono nemmeno”.
Secondo Zerlenga, “Obama ha subìto un lavaggio del cervello da gente come Zbigniew Brzezinski”, consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter, “e del Council on Foreign Relations”. La sua Amministrazione, dice Zerlenga, parla di “operazioni d’emergenza oltremare” invece che di guerra al terrore e di “disastri causati dall’uomo” anziché di terrorismo: “Siamo al trionfo della neolingua di Orwell, alla retorica più becera del politicamente corretto”. Ma il pensatore newyorchese è ottimista: “Piano piano Obama si renderà conto”.
Le critiche al presidente si fermano qui, con una sola appendice sulla scelta “patetica” di bloccare gli stipendi del suo staff e di tagliare i costi del nuovo elicottero per andare incontro al nuovo sentimento populista diffuso nel paese. Zerlenga vede però anche qualche segno positivo: “Intanto per la prima volta Obama ha riconosciuto il ruolo politico dell’islam. Lo ha detto esplicitamente al Parlamento turco e quando s’è rivolto agli iraniani ha specificato che quella di Teheran è una Repubblica islamica”.
Il pensatore newyorchese crede che Obama sia “un Gorbaciov americano”, perché come il leader sovietico “ha capito che il mondo è cambiato e che il secolo americano è finito”. Zerlenga ricorda che Obama l’ha fatto capire chiaramente a Gordon Brown, dicendogli che “era bello quando c’erano Roosevelt e Churchill a decidere, ma ora siamo in venti”.
Avendo capito che il mondo è cambiato, secondo Zerlenga, “Obama sta cercando di spiegare agli americani che siamo sempre i migliori, ma anche che abbiamo molti limiti”. Il ruolo tradizionale del Partito democratico, continua Zerlenga, del resto “è sempre stato quello di rendere più umano il capitalismo”. Così, sul fronte interno, Obama si sta battendo per modernizzare il paese, a cominciare dalle fonti energetiche alternative fino all’istruzione: “Nessuno ha le nostre straordinarie università, ma le scuole sono in uno stato terribile”.
Per finire, Zerlenga cita una poesia che ha appena composto. Si intitola “Peace at All Costs”, pace a tutti i costi:
“Peace (at all costs) is genocide in Darfur
9/11 in New York
unrighteousness in Saudi Arabia
tyranny in Burma
And to those worldly appeasers
Whose bloody interests
parasite Bedouin’s heirs buy – every day”. (chr.ro)

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