Camillo di Christian RoccaCosì Obama mette il rossetto alle politiche antiterrore di Bush

New. York I giornali americani, tutti, sostengono di non aver mai visto il presidente Barack Obama così sulla difensiva come giovedì mattina, quando è stato frettolosamente costretto a parlare al paese sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrorismo per fronteggiare la rivolta interna della Cia causata dalla pubblicazione dei memo sugli interrogatori, il voto quasi unanime del Senato (90 a 6) contro la sua richiesta dei fondi per chiudere Guantanamo, la delusione dei gruppi dei diritti civili che senza giri di parole lo accusano di seguire la stessa politica di George W. Bush

New. York I giornali americani, tutti, sostengono di non aver mai visto il presidente Barack Obama così sulla difensiva come giovedì mattina, quando è stato frettolosamente costretto a parlare al paese sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrorismo per fronteggiare la rivolta interna della Cia causata dalla pubblicazione dei memo sugli interrogatori, il voto quasi unanime del Senato (90 a 6) contro la sua richiesta dei fondi per chiudere Guantanamo, la delusione dei gruppi dei diritti civili che senza giri di parole lo accusano di seguire la stessa politica di George W. Bush. Ma è stato soprattutto il discorso di Dick Cheney in difesa delle scelte antiterrorismo degli ultimi sette anni a mostrare la prima vera debolezza del nuovo presidente, costretto a difendersi anche dall’accusa di mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti.
Il presidente se l’è cavata benissimo, malgrado l’inciampo iniziale sul nome del capo del Pentagono, Bob Gates, che ha chiamato William, come il fondatore di Microsoft. La sua risposta preventiva a Cheney è stata epica e grandiosa, capace di conciliare stato di diritto e stato di guerra, rispetto della Costituzione e pugno duro contro i terroristi, ma per la prima volta sembra che Obama sia sceso dal piedistallo.
Il compito non è facile e anche la sua abilità retorica è messa a dura prova. Nella lunga campagna del 2007 e del 2008, Obama è stato il candidato pacifista, quello alla sinistra di Hillary Clinton. A poco a poco si è spostato su posizioni più moderate e pragmatiche, sempre però avvolte da una patina progressista a uso degli adoranti giornalisti al seguito. Una volta alla Casa Bianca si è trovato alle prese con la necessità di mantenere le promesse al suo elettorato e le responsabilità da comandante in capo. Il risultato è una serie di grandi pronunciamenti ideali per sottolineare la distanza rispetto alla precedente amministrazione, seguita da decisioni incoerenti e simili a quelle di Bush.
Cheney ha definito questo tentativo di mediazione tra interessi contrapposti come mezze misure che rendono il paese sicuro a metà, mentre l’editorialista Charles Krauthammer ha sintetizzato sul Washington Post la faticaccia cui è quotidianamente costretto Obama: “E’ il suo solito schema in tre mosse: a) condannare la politica di Bush, b) svelare ostentatamente qualche cambiamento estetico, c) adottare la politica di Bush”.
Il caso più eclatante è proprio quello del discorso di giovedì. Obama ha ribadito che Guantanamo andrà chiuso e si è appellato ai valori dello stato di diritto, ma nel concreto ha spiegato che per i detenuti non cambierà nulla rispetto a prima. Alcuni prigionieri saranno rilasciati, altri trasferiti in carceri europei (sempre che qualcuno li accetti), una manciata sarà processata nei tribunali federali americani, come è successo in un paio di casi anche negli anni di Bush, mentre tutti gli altri saranno processati con le commissioni militari create dalla precedente amministrazione e a cui Obama si era opposto oppure, e sono la metà dei rinchiusi di Guantanamo, non saranno affatto processati perché è impossibile e quindi resteranno prigionieri a tempo indeterminato. Cioè, esattamente il motivo per cui è stato creato Guantanamo.
C’è di peggio, secondo le associazioni dei diritti civili. Obama non solo continua la politica di violazione costituzionale dei diritti dei prigionieri, ma propone di codificarla nel sistema legale americano, compiendo un passo in avanti rispetto a Bush che, perlomeno, aveva mandato i terroristi a Guantanamo Bay, a Cuba, proprio per non creare conflitti con le leggi nazionali.
Per il resto, oltre ai tribunali militari e allo status dei detenuti di Guantanamo, Obama continua a usare tutti gli strumenti antiterrorismo creati da Bush: il Patriot Act, le intercettazioni, gli attacchi missilistici sul Pakistan, la continua presenza in Iraq, l’aumento delle truppe in Afghanistan, le extraordinary rendition, il segreto di stato, la prigione senza diritti di Bagram. E, quanto al waterboarding, l’annegamento simulato, è stato fermato da Bush, all’inizio del 2004, dopo essere stato utilizzato soltanto su tre terroristi. Con buoni risultati.
Cheney è ironicamente ingeneroso quando accusa Obama. Jack Goldsmith, il giurista che aveva lasciato in polemica l’Amministrazione Bush, ha scritto su New Republic che la differenza tra i due presidenti non è sulla sostanza della politica antiterrorismo, ma sul “packaging”. E David Brooks, del New York Times, ha scritto che Obama sta usando le stesse politiche create da Bush e Cheney, ma rendendole più credibili e quindi più efficaci. Chissà. Vedremo.

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