Camillo di Christian RoccaObama e il mondo, visti da Bill Kristol

“Le grandi sfide che Barack Obama si troverà ad affrontare nell’estate e nell’autunno del 2009 – dice in un’intervista a Oil il giornalista e pensatore conservatore Bill Kristol – sono l’Iran, il Pakistan e l’Afghanistan. Oggi il rischio maggiore per il mondo è che uno stato jihadista come l’Iran possa diventare nucleare e che uno stato nucleare come il Pakistan possa diventare jihadista. Obama pensa di essere un presidente di politica interna, un leader che si dovrà occupare principalmente di salvare economia, ma la minaccia di Iran e Pakistan lo trasformerà presto in un presidente di politica estera”.

“Le grandi sfide che Barack Obama si troverà ad affrontare nell’estate e nell’autunno del 2009 – dice in un’intervista a Oil il giornalista e pensatore conservatore Bill Kristol – sono l’Iran, il Pakistan e l’Afghanistan. Oggi il rischio maggiore per il mondo è che uno stato jihadista come l’Iran possa diventare nucleare e che uno stato nucleare come il Pakistan possa diventare jihadista. Obama pensa di essere un presidente di politica interna, un leader che si dovrà occupare principalmente di salvare economia, ma la minaccia di Iran e Pakistan lo trasformerà presto in un presidente di politica estera”.

Bill Kristol è uno dei pilastri del mondo politico di Washington. Malgrado sia repubblicano, è stato uno dei primi, assieme a un ristretto gruppo di intellettuali conservatori, con cui Barack Obama ha deciso di confrontarsi per uno scambio di idee a cena, subito appena arrivato a Washington. Dirige il settimanale di Rupert Murdoch The Weekly Standard, fa l’opinionista per la Fox News e, da febbraio, dopo un anno di presenza sulle pagine degli editoriali del New York Times, tiene una column sul Washington Post. Non è soltanto un influente giornalista conservatore, è uno stratega politico e un macinatore di idee che spesso determinano l’agenda politica americana, chiunque si trovi alla Casa Bianca.

Cinquantasei anni, newyorchese, figlio del fondatore del movimento neoconservatore Irving Kristol e della storica dell’era vittoriana Gertrude Himmelfarb, ammirata immensamente dal premier laburista britannico Gordon Brown, Bill Kristol è il neocon per antonomasia, l’ispiratore della dottrina di cambio del regime in Iraq già ai tempi di Bill Clinton e dell’idea che nelle relazioni internazionali gli Stati Uniti debbano esercitare una funzione di guida morale e svolgere una politica estera a favore dei diritti, delle libertà e dei principi universali che sono alla base dell’eccezionalismo americano.
Kristol analizza il quadro delle relazioni internazionali e le principali questioni geostrategiche mondiali, comprese quelle energetiche, che il nuovo presidente Obama si è già dovuto cominciare ad occupare fin dai primi mesi di presidenza. Si parla molto di un nuovo approccio obamiano alle questioni di politica estera, più realista e pragmatico, ma Kristol è convinto che l’unico approccio davvero realista sia quello neoconservatore, quello che di tanto in tanto è stato usato da Bush: “Obama tornerà a qualcosa di molto simile alla politica estera neocon, come si sta già vedendo in Afghanistan e in Iraq, sono convinto che sarà un presidente molto più neoconservatore di quanto ci si aspetta”
Il direttore del Weekly Standard non crede che sarà la situazione arabo-israeliana a turbare i sonni del presidente: “Finché c’è Hamas a Gaza, lì non ci sarà pace e credo che nel breve periodo la situazione non cambierà nemmeno tra Israele e Libano e tra Israele e Siria”.
Kristol non vede particolari stravolgimenti nemmeno nei rapporti transatlantici, tra americani ed europei: “In passato c’è stata una certa esagerazione nel descrivere il cattivo stato dei rapporti tra America ed Europa, così come ora si esagera nel pensare che con Obama finalmente cambierà tutto. Nonostante tutta la retorica e tutto l’odio nei confronti di Bush – dice Kristol – in realtà tra gli alleati c’è stata una cooperazione senza precedenti: la Nato è andata in Afghanistan, fuori dalla sua area di competenza, una cosa mai successa prima; non ci sono state guerre commerciali e il coordinamento delle politiche antiterrorismo è stato efficace; infine, in Europa, sono stati eletti molti candidati pro americani, in Francia, in Germania, in Italia”.
Kristol spiega, riprendendo i temi del famoso saggio “Paradiso e Potere” del suo amico Robert Kagan, che l’America e l’Europa hanno avuto e avranno sempre prospettive diverse sul mondo (“va ricordato, per esempio, che alla Casa Bianca c’era Bill Clinton quando il ministro degli Esteri francese Hubert Védrine parlò di ‘iperpotenza’ americana”), ma riconosce che se “l’opinione pubblica europea, grazie a Obama, ora è più amichevole con gli Stati Uniti è certamente un bene, specie se il presidente saprà capitalizzare questa buona volontà persuadendo gli europei a fare un po’ di più, per esempio in Afghanistan”. Continua Kristol: “Purtroppo la capacità degli europei di fare alcune cose mi pare limitata e alla fine le cose cambieranno molto meno di quanto ci si aspetta, anzi a un certo momento ci sarà un po’ di delusione nei confronti di Obama e si smetterà di credere che il presidente abbia la bacchetta magica, perché non cambierà in modo radicale gli Stati Uniti e dovrà mettersi al lavoro su questioni serie, come l’Iran”.
Anche l’Iraq, secondo Kristol, non rappresenta un problema enorme: “Sono ottimista. Il paese è in ottimo stato, grazie al grande successo dell’anno scorso e ora è tornata la disponibilità dei leader europei ad aiutare la ricostruzione. In Iraq, Obama non deve fare molto.  Si deve limitare a non fare cose stupide”. Il piano elaborato dal neo presidente, insieme con i militari, secondo Kristol non “né troppo veloce né irresponsabile” e si interseca con l’accordo siglato l’anno scorso tra il governo iracheno e la Casa Bianca di Bush.
I rapporti con l’Iran sono il punto di crisi più probabile della presidenza Obama, secondo il direttore del Weekly Standard. Kristol è convinto che alla fine del 2009, Teheran varcherà la linea di non ritorno sull’arma nucleare, probabilmente sfruttando questi mesi in cui la Casa Bianca pensa di aspettare il risultato delle elezioni presidenziali iraniane di giugno prima di elaborare una strategia. Kristol si augura, però, che il presidente “non rimandi piani seri per sanzioni più pesanti o per possibili azioni militari, soltanto perché spera che il dialogo possa produrre magicamente risultati”.

Nel caso gli iraniani si dotassero del nucleare militare, l’occidente dovrà decidere se gli ayatollah atomici saranno una prospettiva accettabile o no: “Obama è impegnato a stabilire un dialogo con l’Iran, e va bene che voglia provarci. Ma spero metta in conto anche la possibilità che a un certo momento questo dialogo non avrà successo e che l’Iran non si farà dissuadere dal perseguire il suo programma nucleare con un paio di buoni colloqui con Obama o con Hillary Clinton. La questione è se Obama riuscirà a imporre con il sostegno degli europei, e magari dei cinesi e dei russi, una nuova serie di sanzioni più dure ed efficaci e, nel caso non ci riuscisse, se sarà pronto a considerare l’intervento armato oppure se sarà disposto ad accettare un Iran nucleare”.
L’altro fronte è quello dell’Afghanistan e del Pakistan: “Obama sta facendo la cosa giusta in Afghanistan – dice Kristol – Ha deciso di aumentare le truppe e ha chiesto aiuto agli europei e alla Nato, anche se non credo che gli alleati potranno fare molto. In ogni caso ora il presidente ha preso possesso della guerra in Afghanistan, dove abbiamo bisogno di vincere”. Kristol, a seguito di numerose conversazioni con generali ed esperti militari, è convinto che la vittoria in Afghanistan sia “possibile”, “non è vero che lì non si possa vincere, come comincia a dire qualcuno”.

L’intellettuale neoconservatore è preoccupato piuttosto dal fronte interno della guerra, quello che dai tempi del Vietnam è sempre il più debole per gli americani: “Questo in Afghanistan è un grosso impegno, sarà quindi il caso che Obama agisca da comandante in capo, non si può occupare soltanto di economia e limitarsi a dire qualche parola sulla politica estera di tanto in tanto. Se chiede agli americani di aumentare del cinquanta per cento il numero dei giovani che andranno in Afghanistan a combattere dovrà fare un grande discorso al paese, forse una serie di discorsi, per spiegare alla nazione che questa è una sfida importante. Obama deve costruire un sostegno pubblico in patria, perché penso che in questo momento sia fragile. La sinistra ha già cominciato a cambiare posizione e la destra è scettica sulla sua ledearship militare, un’atteggiamento pregiudiziale che soltanto una decisa presa di posizione del generale David Petraeus potrebbe mutare”.

Poi c’è il Pakistan, “un gran pasticcio”, un posto “molto pericoloso”. Kristol però non crede all’idea, diffusa nei circoli dell’Amministrazione Obama, che non si possa fare nulla di buono in Afghanistan se non si risolve contemporaneamente il problema pakistano. La nuova strategia globale americana sulla regione che nel gergo di Washington si chiama “Af-Pak” è ancora in fase di elaborazione, ci vorranno ancora due o tre mesi per capire se ci sono davvero nuove strade da percorrere, ma il problema, dice Kristol, è che il Pakistan può saltare da un momento all’altro.
Kristol non crede all’idea che l’America sia sulla strada di una nuova Guerra fredda con la Russia: “Ci sono ragioni per essere preoccupati dalle politiche aggressive di Mosca, dalle intimidazioni ai paesi vicini alle pressioni all’Europa sul gas, fino agli interventi in Georgia, Ucraina e in Kazakhstan per far chiudere le basi militari americane, ma perlopiù sono preoccupato che l’Amministrazione Obama li lasci fare in cambio di una loro cooperazione su Iran e Afghanistan”.
Secondo il direttore del Weekly Standard, “il ribasso del prezzo del petrolio indebolisce la Russia e altri regimi cattivi come il Venezuela, l’Iran e anche i sauditi, ma probabilmente li rende anche più aggressivi, più spericolati, più avventurosi”.

La questione petrolifera sarà determinante ancora per molto tempo, dice Kristol: “Sarebbe bello se le macchine andassero con carburanti diversi dalla benzina, e in un certo senso ci stiamo provando, ma la transizione non sarà così veloce. Dobbiamo accettare l’idea che il petrolio sarà ancora molto importante per l’economia mondiale. Per questo oggi è importante proteggere le scorte di petrolio e tenere sotto controllo le nazioni che minacciano le scorte. D’altro canto, però, in Afghanistan e Pakistan non c’è petrolio, ma sono posti ugualmente pericolosi. Quindi non credo che la riduzione della dipendenza dal petrolio sia davvero una questione di sicurezza nazionale, anzi mi pare che se ne sopravvaluti l’importanza, anche se non c’è dubbio che gli stati autoritari produttori di energia si aiutino, si alleino e formino un pericoloso asse delle dittature. Non è un’invenzione di Bush”.

Obama, secondo Kristol, si impegnerà davvero in questo New deal verde, “accelererà lo sviluppo delle energie alternative, ma tra cinque anni credo che le nostre automobili andranno ancora a benzina e gli Stati Uniti continueranno a importare molto petrolio”.
Kristol conclude la chiacchierata con Oil aggiungendo che, oltre ai punti di crisi su Iran e Pakistan, c’è un elemento che complica ulteriormente le cose: “Non è mai successo che un tale grado di contrazione economica e di tumulto non abbia avuto implicazioni geopolitiche. Chissà cosa potrà succedere con centinaia di milioni di disoccupati o con un Pakistan in crescita negativa? Magari saremo fortunati, ma la storia ci ricorda altro. Sono molto preoccuppato che si possano sottovalutare la volatilità e i pericoli dei prossimi anni”. La cura per evitare sorprese? “Gli Stati Uniti devono restare forti e essere pronti ad aiutare gli alleati – dice Kristol – Non è tempo di ritirarsi dal mondo, ma purtroppo c’è chi comincia a pensare che rientrare sia la cosa giusta da fare”.
di  Christian Rocca

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