Camillo di Christian RoccaObama si difende da Cheney e dalle critiche su Guantanamo

New York. Prima il presidente, poi l’ex vicepresidente. Uno dietro l’altro, in diretta tv, ieri mattina Barack Obama e Dick Cheney si sono confrontati, sia pure indirettamente, sulla sicurezza nazionale e la guerra al terrorismo islamico, il giorno dopo l’arresto a New York di quattro musulmani americani, di origine araba e haitiana, che avrebbero voluto far saltare in aria due sinagoghe nel Bronx e abbattere con missili Stinger aerei militari nella base di Newburgh.

New York. Prima il presidente, poi l’ex vicepresidente. Uno dietro l’altro, in diretta tv, ieri mattina Barack Obama e Dick Cheney si sono confrontati, sia pure indirettamente, sulla sicurezza nazionale e la guerra al terrorismo islamico, il giorno dopo l’arresto a New York di quattro musulmani americani, di origine araba e haitiana, che avrebbero voluto far saltare in aria due sinagoghe nel Bronx e abbattere con missili Stinger aerei militari nella base di Newburgh.
Obama, con abile mossa mediatica, ha anticipato il già programmato intervento di Cheney anche per spiegare ai suoi stessi colleghi di partito, alquanto rumorosi ultimamente, la strategia per sconfiggere al Qaida (“siamo in guerra”) e proteggere la sicurezza degli americani, di recente apparsa incoerente e contraddittoria. Cheney gli ha augurato di avere successo, ma ha sottolineato la pericolosità dell’idea, secondo lui diffusa tra gli obamiani, che le critiche ricevute da sinistra su alcune decisioni e le critiche provenienti da destra su altre scelte significhino che l’Amministrazione ha trovato un buon compromesso: “Mezze misure – ha detto Cheney – vuol dire mezza sicurezza”.
Lo stile dei due non poteva essere più diverso. Obama era perfetto, eloquente, cinematografico. Il teleprompter lo ha aiutato a recitare la sua “nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti”, più che a elencare una serie di provvedimenti che, nella sostanza, non sono molto diversi da quelli presi da Bush. Cheney, invece, leggeva i fogli, teneva lo sguardo basso, aveva il fiatone ed è stato costretto a interrompersi più volte per tossire o per bere poco elegantemente dalla bottiglia. Nonostante i modi dimessi e la voce anonima, Cheney è riuscito ad assestare colpi contro il “falso moralismo”, contro il New York Times, contro tutti quelli che dimenticano come l’11 settembre abbia cambiato politiche, prospettive e priorità di chi sta alla Casa Bianca. “Rifarei tutto quello che ho fatto”, ha detto Cheney, sottolineando che le torture “non sono mai state permesse” e che quei metodi di interrogatorio erano giusti, legittimi ed efficaci, come riconoscono la Cia e il capo dell’intelligence di Obama, perché usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, e perché hanno sventato una serie di attacchi. Obama ha diffuso “mezze verità”, ha detto Cheney, con i memo sul “modo in cui ponevamo le domande”, privi delle parti che svelavano le risposte ottenute.
Obama ha raccontato come la sua preoccupazione principale sia la sicurezza degli americani. So, ha detto il presidente, che al Qaida vuole colpirci ancora, per questo userò tutti gli elementi a nostra disposizione per sconfiggerla, a cominciare dal portare la battaglia laddove si trovano i terroristi (concetto decisamente bushiano) in Afghanistan e in Pakistan. Ma c’è anche il potere, ha detto, dei nostri valori fondamentali, resi immortali dai documenti sui cui sono stati fondati gli Stati Uniti. Molte delle cose che sono state fatte negli anni di Bush, ha detto Obama, sono state motivate dal “sincero desiderio di difendere gli americani”, ma restano sbagliate, inefficaci e anzi hanno aiutato a rianimare l’ideologia terrorista. Da qui le decisioni di chiudere Guantanamo e vietare le tecniche “intensificate” di interrogatorio. “Ci odiano poprio per i nostri valori – ha replicato Cheney – non per le presunte accuse di averli violati”. Il grande discorso ideale di Obama, ricco di riferimenti allo stato di diritto e alla necessaria obbedienza alle leggi, sintetizzabile con formula giornalistica in “noi siamo i buoni, dobbiamo dimostrarlo”, si è però scontrato con la realtà, quando ha spiegato il piano d’azione nei prossimi mesi: Guantanamo andrà chiuso, qualche detenuto sarà processato in America, ma i più pericolosi non andranno a giudizio e non avranno diritto all’habeas corpus. Obama ha detto che la democrazia si fonda sulla trasparenza, ma anche che alcune cose devono essere mantenute segrete per preservare la sicurezza: “Non esiste una formula semplice”.

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