Camillo di Christian RoccaUna guerra è una guerra è una guerra

La guerra è la guerra, anche sotto l’illuminata gestione di Barack Obama. Cento, forse centotrenta, civili afghani, tra cui donne e bambini e volontari della mezzaluna rossa, sono stati uccisi durante un bombardamento americano nella provincia di Farah, in Afghanistan. “Una strage inaccettabile”, ha detto il presidente afghano Hamid Karzai prima di essere ricevuto da Barack Obama alla Casa Bianca. Il segretario di stato Hillary Clinton ha detto di essere “profondamente rammaricata”. Dispiacere e cordoglio anche da Obama, ovviamente. Sono stragi, cifre e parole non nuove in questi anni di risposta militare all’ideologia islamista che ha infuocato il mondo dopo gli attacchi dell’undici settembre.
La guerra è questa cosa qui, sporca e brutale, sempre e comunque, sia quando le élite politiche ed editoriali la considerano “giusta” come questa in Afghanistan, sia quando è giudicata “sbagliata” come quella in Iraq, sia quando è ignorata come quella in corso in Pakistan (dieci morti la settimana scorsa, nel quinto bombardamento americano del mese di aprile, il sedicesimo da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca e, ieri, il presidente pachistano ha chiesto agli Stati Uniti “più droni”).
Non importa chi ci sia alla Casa Bianca, non è necessario immaginare complotti orditi da oscuri consiglieri super falchi per spiegare la strage dell’altra notte in Afghanistan, non c’è nemmeno bisogno di relegare la notizia a fondo pagina, come ha fatto ieri il sito di Repubblica, lasciandoci il dubbio che se a Washington ci fosse stato ancora George W. Bush la notizia avrebbe avuto un peso leggermente maggiore alla voglia di David Trezeguet di lasciare la Juventus. Sono sette anni, ormai, che con la primavera si intensificano gli scontri. L’America, sia quella di Obama sia quella di Bush, si e ci difende e per difendersi e difenderci attacca i suoi e i nostri nemici lì dove stanno, nei loro rifugi, in base al principio che è meglio affrontarli a Bassora anziché a Baltimora, a Kabul anziché a Kansas City, nella Swat Valley anziché nella Silicon Valley.  
La guerra occidentale del XXI secolo non è più quella dei bombardamenti a tappeto dei tempi del Vietnam, meno che mai quella devastante e atomica della Seconda guerra mondiale. Il comandamento occidentale, per quanto possibile, oggi è proteggere la popolazione, evitare danni collaterali, conquistare il cuore e la mente di chi sta sotto le bombe. Non è un’ipocrisia, non è un omaggio al politicamente corretto, è un sentimento vero e giusto, la cosa che ci distingue dai jihadisti che si vantano di amare la morte più di quanto noi amiamo la vita. Ma la guerra resta la guerra. Anche quando il comandante in capo è Barack Obama.

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