Camillo di Christian RoccaIl timido Obama, e i falchi

ew York. Il risultato elettorale iraniano ha colto di sorpresa la Casa Bianca, convinta che l’offerta di dialogo lanciata dal presidente Barack Obama – prima col discorso di insediamento della presidenza, poi con il messaggio via youTube e, infine, con le parole pronunciate al Cairo – potesse sortire effetti positivi sul regime degli ayatollah. E’ successo l’opposto, ammesso che fosse realistico riporre speranze, e basare una strategia politica, su un processo elettorale non democratico e gestito interamente dal clero teocratico.

New York. Il risultato elettorale iraniano ha colto di sorpresa la Casa Bianca, convinta che l’offerta di dialogo lanciata dal presidente Barack Obama – prima col discorso di insediamento della presidenza, poi con il messaggio via youTube e, infine, con le parole pronunciate al Cairo – potesse sortire effetti positivi sul regime degli ayatollah. E’ successo l’opposto, ammesso che fosse realistico riporre speranze, e basare una strategia politica, su un processo elettorale non democratico e gestito interamente dal clero teocratico.
Obama sembra intenzionato a non cambiare linea e ieri si è occupato principalmente di sanità pubblica, oltre a ricevere il premier italiano Silvio Berlusconi. Anzi, secondo un’indiscrezione colta dal quotidiano Haaretz, subito confermata a Washington dai blogger più influenti, starebbe pensando di licenziare il “consigliere speciale” di Hillary Clinton Dennis Ross, considerato troppo falco e probabilmente non gradito agli iraniani perché ebreo. Le voci parlano di un trasferimento di Ross, un veterano delle trattative di pace mediorientali, al Consiglio di Sicurezza Nazionale, ma anche di una certa insoddisfazione dei suoi boss per il contenuto di un suo libro uscito la settimana scorsa dal titolo “Myths, Illusions & Peace” che sostiene di puntare sulla diplomazia per essere più credibili, nel probabile caso di fallimento, nell’invocare misure decisamente più toste.

Le timide reazioni di Washington alle proteste popolari e alle accuse di brogli, affidate a due innocui comunicati stampa e a una battuta del vicepresidente Joe Biden in tv, sono un segnale che la Casa Bianca è già sintonizzata sulla necessità di dover avere a che fare con Ahmadinejad e gli ayatollah, più che sulle recriminazioni degli elettori iraniani che in queste ore gridano in piazza “morte al dittatore” e chiedono nuove elezioni. La rivolta di Teheran e i primi segnali di cedimento del grande ayatollah Ali Khamenei sono seguiti con attenzione a Washinton e gli sviluppi, ovviamente, potrebbero far cambiare atteggiamento.
I critici della linea di Obama, come Bill Kristol, direttore del settimanale Weekly Standard, scrivono che il presidente dovrebbe proprio in questo momento usare le armi del “soft power” e parlare direttamente al popolo iraniano di diritti, democrazia e libertà, invece che continuare a dare fiducia a un regime che non la merita e spara sui cittadini. Michael Ledeen, esperto di Iran e Freedom scholar alla Foundation for Defense of Democracies, sostiene da tempo la tesi che il popolo iraniano detesta i mullah e che sarebbe bastato aiutarlo per scatenarlo contro il regime. Al Foglio, Ledeen dice che la rivolta popolare di queste ore nasce dal fatto che gli iraniani prima si illudevano che Bush li avrebbe aiutati, mentre ora, con Obama al potere, hanno capito che da lui non riceveranno aiuto e che dovranno fare da soli.
La strategia della Casa Bianca è di arrivare a un “grande accordo” con Teheran che preveda la rinuncia ai programmi militari, in cambio del pieno diritto di dotarsi di tecnologia nucleare a scopo civile. Il piano B non è l’intervento militare per sradicare le centrali, ma l’idea che Israele possa convivere con gli ayatollah dotati di bomba e che la deterrenza – “se la usate, risponderemo” – possa funzionare. Qualche giorno fa è stata Hillary Clinton a dire a un giornale israeliano che “non c’è dubbio che se Israele subisse un attacco nucleare dall’Iran, ci sarebbe una rappresaglia”. Il direttore di New Republic, Martin Peretz, obamiano della prima ora, ha giudicato questa frase, ma anche il discorso del Cairo, come la conferma che l’Amministrazione ha accettato l’Iran nucleare.

                                     Non c’è soltanto Dennsi Ross, tra i non rassegnati all’Iran nucleare. Un altro è Richard Holbrooke. Formalmente, l’ex ambasciatore Onu di Bill Clinton non dice nulla, ma poco prima di entrare al governo ha costituito un’associazione bipartisan, “United Against Nuclear Iran”, che sta facendo enormi pressioni sull’opinione pubblica, anche con incessanti spot televisivi, per convincere Obama a non illudersi sulla trattativa con l’Iran: “Il presidente ha offerto al popolo iraniano la mano della diplomazia, ma l’Iran ha rifiutato di stringerla – ha detto il capo del gruppo, Mark Wallace – L’America e la comunità internazionale devono aumentare l’isolamento economico dell’Iran”.

Ma è Dennis Ross, incaricato di coordinare per conto di Hillary Clinton la politica sull’Iran, ad aver delineato una strategia nei confronti degli ayatollah che fino alle voci sul suo licenziamento, né confermate né smentite ieri al Dipartimento di Stato, sembrava dare una spiegazione alle mosse obamiane. “Myths, Illusions & Peace”, scritto assieme a David Makovsky, smonta tutti i miti di destra e di sinistra, neoconservatori e realisti, sul medio oriente, a cominciare da quello che lega tutti i problemi della regione alla soluzione del conflitto israelo-palestinese fino all’affrettata conclusione che la promozione della democrazia sia uno strumento da mettere da parte solo perché faceva parte della dottrina Bush. Ross consiglia, inoltre, di non dialogare né con Hamas né con Hezbollah, entità terroristiche che non rappresentano uno stato. Ma con l’Iran, spiega Ross, bisogna dialogare “senza illusioni”, anche se “non è una panacea per la pace o per prevenire che l’Iran si doti del nucleare”. Ross sostiene che parlare con i nemici “crea possibilità di successo e produce un contesto per politiche molto più dure nel caso dovesse fallire”.

Tendere la mano agli ayatollah, hanno scritto Ross e Makovsky, “non vuol dire escludere l’uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative”. La frase chiave del libro è questa: “Le politiche più dure – sia militari sia di contenimento intelligente – saranno più facili da vendere internazionalmente e internamente se avremo provato a risolvere diplomaticamente le nostre differenze con l’Iran in un modo serio e credibile”.
    Christian Rocca

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter