Camillo di Christian RoccaThat's it/38

New York. “Quinto Quarto”, nuovissima osteria romana al numero 14 di Bedford Street, nel West Village. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina un’insalata di arance, olive nere e finocchi, mezzo piatto di penne al pesto di basilico e pistacchio, una sugosa amatriciana, una crostata di fragole e un cappuccino decaffeinato.

New York. “Quinto Quarto”, nuovissima osteria romana al numero 14 di Bedford Street, nel West Village. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina un’insalata di arance, olive nere e finocchi, mezzo piatto di penne al pesto di basilico e pistacchio, una sugosa amatriciana, una crostata di fragole e un cappuccino decaffeinato. Alla conversazione settimanale arriva con un librino di August Wilson che si intitola “Joe Turner’s come and gone”. Dice Zerlenga che se si vuole capire Obama, e il suo discorso al Cairo, bisogna leggere questo testo teatrale, oppure andarlo a vedere a Broadway, come hanno fatto gli Obama qualche giorno fa nella loro trasferta newyorchese. “In questa storia di neri appena liberati dalla schiavitù, ambientata nel 1911 a Pittsburgh, c’è tutto Obama e la sua idea che la società può sopravvivere solo se ci si unisce, se ci ci mette tutti insieme se si costruisce una famiglia e si ama la propria donna. Non c’è sentimentalismo, però. Obama è un uomo spirituale, come ha detto Elie Wiesel”. Zerlenga la prende così, alla lontana, per spiegare il gran discorso del Cairo. “Da ex professore di storia dell’Islam gli darei F”, cioè il voto più basso possibile. “Ma Obama è un politico, e da politico merita A+. I presidenti americani usano la storia, but they also make history. Ha preso dalla storia quello che gli serviva”.
La tesi di Zerlenga è che Obama stia tentando l’ultimo ed estremo tentativo di convincere il mondo arabo e islamico a una partnership con l’America e l’occidente, “senza però rinunciare a inviare 21 mila nuovi soldati in Afghanistan”. Obama, spiega Zerlenga, è stato molto astuto a scagliarsi contro tutti gli stereotipi negativi dell’Islam e a sottolineare tutti quelli positivi. “E’ solo un trucco retorico, ciò che conta è che per la prima volta un presidente americano, in una capitale musulmana, non ha parlato di Islam come religione di pace, come diceva sempre Bush, ma ha sottolineato davanti a tutto il mondo che l’islam ha uno status politico e commette crimini di ogni tipo, soprattutto contro gli stessi musulmani”.
Obama, dice il pensatore newyorchese, “è l’uomo con più fiducia in se stesso dai tempi dell’homo sapiens” e crede davvero di poter cambiare il mondo islamico. Zerlenga, da studioso, è decisamente più scettico e sostiene che, in realtà, il discorso obamiano avrebbe dovuto offendere i musulmani, “altro che Obama I love you” perché intanto “ha usato la parola ‘innovation’ che per l’islam è reato”, poi “ha avuto il coraggio di parlare del suo cristianesimo” e soprattutto “ha smontato la dottrina della superiorità teologica dell’Islam, mettendo il Corano sullo stesso piano della Bibbia ebraica e cristiana, considerate dai musulmani come testi corrotti, in quanto l’unica vera rivelazione è soltanto l’ultima, quella fatta da Dio a Maometto”.
Il presidente Obama ha citato dal Vecchio e dal Nuovo testamento parole di pace, faticando a trovarle sul Corano: “Anche il Corano parla di pace – conclude Zerlenga – ma il loro concetto di pace è questo: prima sconfiggiamo il nemico, lo riduciamo a dhimmi, a essere giuridicamente inferiore, e poi facciamo la pace”. (chr.ro)

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